Nero per caso | Il mio flusso di coscienza

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dic/09

10

Non me lo spiego

Che la mia band preferita siano i Coldplay lo sanno tutti. Lo sanno i miei dato che gliela meno da anni, lo sanno i miei colleghi per lo stesso motivo. Lo sanno i miei coinquilini perché ho un loro poster in camera e perché mi hanno rotto la tazza che ho preso al concerto, quei fetenti :D

Non tutti invece sanno che c’è stato un tempo in cui mi dilettavo nel canto (non puoi crescere con Musiq Soulchild e Marvin Gaye nelle orecchie e non aver voglia di cantare) e tra le mie mille peripezie mi è anche capitato di avere un gruppettino che ha avuto vita breve (troppo cazzari). Ok, ho anche cantato al meeting internazionale dell’azienda ma questo è materiale per un altro post :D

Dicevo: avevo un gruppo e passavamo da Bitter End dei Placebo a cose come Comfortably Numb dei Pink Floyd ai Coldplay appunto. Io ovviamente avrei preferito infilarci dentro anche tutt’altro nel repertorio ma andiamo avanti…

Oggi mentre mi riempivo la pancia di cibo giapponese è partita Yellow, quella strafottutissima canzone che mi fa sempre venire i brividi.

Sarei un uomo spento senza la mia band preferita, senza tutta la musica. Lo saremmo tutti. Spenti, morti e marci dentro, con capacità di comunicare mozzate. Non mi spiegherei altrimenti come tre accordi possano arrivarti in faccia come il vento a trecento all’ora per poi sollevarti letteralmente la pelle, mentre tu sei lì ad armeggiare con le bacchette al ristorante cercando di afferrare il tuo beef teriyaki.

Non me lo spiego.

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Rationale: ho provato a fare un’intervista ad un fotografo professionista che ha gentilmente sopportato le mie domande. Credo che sia utilissimo in questo gruppo l’apporto di gente che con la fotografia ci lavora (in qualunque ruolo) per cui spero con questa intervista di cominciare un lungo ciclo di contatti con il mondo reale.

Presentazione (scritta da me): Andrea Frazzetta e` un fotografo libero professionista di reportage che ha la fortuna di lavorare in tutto il mondo. Fa (faceva data la chiusura dela stessa) parte del team di collaboratori dell’agenzia Grazia Neri. Ha pubblicato le sue fotografie su importanti testate internazionali, libri e recentemente ha vinto lo Yann Geffroy Award 2009 per il suo lavoro "Obama Village" realizzato nelle terre natie del presidente americano ( vedi www.grazianeri.com/yann.php ). Trovate i suoi lavori e altre informazioni su www.andreafrazzetta.com

INTERVISTA

1) Chi è Andrea Frazzetta, perché fotografi?

Mi sono laureato in architettura e mentre studiavo ho iniziato a fotografare… I professori ci spingevano a girare per le città, ad osservare e vivere gli spazi urbani, e a fotografarli.

La fotografia era un mezzo per capire i luoghi… che però sono fatti soprattutto di persone e dei rapporti fra queste…

Italo Calvino, ne “Le città invisibili”, descrive una città fatta tutta di fili, di diversi colori, che ripercorrono gli spostamenti delle persone e i loro incontri. Un’intreccio di vite e percorsi, un’immagine bellissima…

Insomma l’amore per la fotografia è nato così, come amore per il vagabondaggio, come voglia di stare “fuori” in mezzo alle cose e alla gente, come modo per “andare incontro all’altro”.

Poi col tempo la fotografia è diventata per me, oltre che un mezzo per “raccontare”, uno strumento di scoperta. Scoperta degli altri, ma anche di me stesso. In ogni fotografia c’è un piccolo furto ma anche un contraccolpo, un tuo coinvolgimento diretto in ciò che registri, un tuo punto di vista, la tua presa di (es)posizione nel mondo…

2) Quali sono le caratteristiche che ami nella fotografia di reportage?

La fotografia di reportage è quella che ti costringe a “sporcarti”, a scendere in strada, a stare in mezzo alla vita, come dicevo prima. Non è solo una tecnica, il reportage è ciò che mi interessa di più perchè ti sfida ad applicare un linguaggio raffinato, “un’arte” come la fotografia, per descrivere la realtà e documentare ciò che ti accade intorno. Il suo essere narrazione e testimonianza sono le caratteristiche che amo di più.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono)?

Premetto che poter essere un fotoreporter è per me bellissimo… non è solo un lavoro, è la possibilità di affrontare un percorso e una vita che mi interessano soprattutto come persona. Dico ciò perchè solo questa convinzione e questa passione spesso ti permettono di affrontare tutte le difficoltà legate al mestiere. Innanzitutto economiche, ovvero trovarsi spesso con pochi soldi in tasca e con un lavoro sostanzialmente da libero professionista, con tutte le instabilità che ne conseguono. Non è poi facile emergere, capire come proporsi e soprattutto come dare continuità al tuo lavoro e al tuo impegno. Per me è stato fondamentale abbondonare tutto… qualsiasi altra attività pseudo-lavorativa… ho avuto bisogno di immergermi totalmente nella fotografia e nel reportage e di pensare solo a quello, e anche così è passato del tempo prima di poter dire, ok, ci sono, mi mantengo facendo il fotografo…

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

È veramente difficile individuarne una. Forse sceglierei quella scattata durante uno spettacolo teatrale in Congo, uno spettacolo messo in scena da ex-bambini soldato. È un’immagine fatta dietro le quinte, mentre i bambini si vestono da angeli prima di entrare in scena… me lo ricordo come un momento di poesia e leggerezza assoluta, ero molto commosso mentre la scattavo…

Un’altra immagine a cui sono particolarmente legato, è una fotografia fatta in Algeria. Ero appena arrivato ad Algeri e non mi ero reso conto che era il primo giorno di Ramadan, il primo giorno di digiuno… la città era completamente congelata, silenziosa, tesissima… sembrava che da un momento all’altro sarebbe accaduto il finimondo… poi al tramonto, al canto del muezzin la città si è sciolta… ero sul lungo mare e ho fatto la fotografia di quest’uomo con questa tunica bianca, candida, immerso nella luce del sole, che guarda l’orizzonte azzurro-infinito del mediterraneo….

(ndr. le foto le trovate sul sito)

5) Sei stato in Perù, Colombia, Congo, Burkina Faso, Burundi, Kenya, alle Maldive e in molti altri posti. A quale di queste terre sei rimasto più legato?

Ho iniziato viaggiando in sud-america e sicuramente rimarrò sempre legato a quei luoghi, in cui conservo molti amici… anche perché lì mi sento molto a mio agio, mi sento vicino a quella cultura. D’altra parte i lavori più intensi che ho fatto e che più mi hanno “segnato” sono stati fatti in Africa sub-sahariana… Congo, Burundi, Kenya…

Questo meraviglioso pezzo di Africa è davvero un luogo difficile, incontenibile. E difficile affrontarlo come reporter, e come uomo “straniero”. Quando penso a questi luoghi mi ricordo sempre le parole di un maestro, un grande reporter, Ryszard Kapuscinski, che riguardo ai suoi libri affermava: "non parlo dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitavano e che vi ho incontrato, dei giorni che vi ho trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, è un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste…"

6) Sono rimasto particolarmente affascinato dal tuo progetto "Il Mare di Mezzo" nel quale racconti attraverso i tuoi occhi il Mediterraneo. Cosa ti ha spinto a realizzare questo reportage? Sbaglio o è un progetto non ancora terminato? Progetti futuri?

“Il mare di Mezzo” è effettivamente un reportage a lungo termine… ci ho lavorato per diversi periodi negli ultimi anni, e spero di continuare nei prossimi… non so se avrà mai davvero una fine! Il progetto nasce dall’esigenza di raccontare un’identità e uno spazio molto complesso… Il Mediterraneo è, per la storia, il più grande canale di comunicazione che sia mai esistito, punto di contatto tra oriente e occidente, culla delle tre religioni monoteiste. Nonostante ciò il Mediterraneo rimane un tema trascurato dalla cultura europea odierna, e per molti rappresenta semplicemente una frontiera da pattugliare per sbarrare il passo ai migranti clandestini…

Insomma l’idea di questo progetto è nata dal desiderio di riflettere sulla mia identità e le mie radici. Sono nato a Lecce in Salento, nel bel mezzo del Mediterraneo, e i miei ricordi sono pregni della luce quei luoghi.

Non cerco però di raccontare questo territorio attraverso i grandi eventi di cui siamo ogni giorno testimoni, ciò che tento di fare è piuttosto una sorta di “diario mediterraneo”, attraverso le immagini. Una narrazione e un’indagine che partono dalla vita e dal quotidiano delle persone comuni.

L’intento è quello di toccare temi essenziali, come il lavoro, il rapporto tra tradizione e modernità, la religione, i giovani, il meticciamento, l’immigrazione, l’ambiente. Quello che vorrei raccontare è insomma l’identità mediterranea, dei molti dei, delle molte lingue e delle molte civiltà, del “mare fra le terre”.

7) Le tue foto sono state pubblicate da importanti testate giornalistiche italiane e internazionali: che effetto ti fa poter trasmettere ciò che vedi a così tante persone?

È cio che mi ripaga di più. Alla fine di tutto l’obiettivo principale è quello di comunicare con gli “altri”, di raccontare. E i giornali rimangono uno dei veicoli principali del fotogiornalismo. Spero che presto anche il web abbia sempre più peso… per la divulgazione della fotografia di qualità e per le storie che le immagini raccontano…

Giornali prestigiosi come il New York Times o il Washington Post stanno già facendo, nella loro versione on-line, cose bellissime con la fotografia; attraverso photogallery e nuovi prodotti multimediali che sfruttano appieno le potenzialità del “digitale”…

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

9) Tra i tuoi colleghi invece?

Sono molti i fotografi che mi hanno influenzato e a cui ho sempre “guardato” nel corso del mio avvicinamento alla fotografia. Sicuramente i grandi reporter dell’agenzia Magnum, e sicuramente Robert Frank ("The Americans" è un libro che tutti i fotografi dovrebbero conoscere…). Poi è stata altrettanto importante e folgorante la scoperta di Mario Giacomelli, uno dei pochi in grado di fotografare l’invisibile, i pensieri, la poesia.

Ora sono ancora molti i fotografi che per vari motivi osservo e ammiro, mi vengono in mente Paolo Pellegrin, Alec Soth. Pep Bonet, Tim Hetherington…

Poi mi interessano molto anche gli altri linguaggi espressivi, il cinema, la letteratura, e penso che questo sia fondamentale per un fotografo…

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Ho iniziato con pellicola e medioformato (6×6) che mi piace ancora molto. Ora utilizzo principalmente macchine digitali, soprattutto canon (5D). Il mio obiettivo preferito è in assoluto il 28 mm, mi obbliga a stare vicino ai miei soggetti, e poi è leggero e non dà nell’occhio… Utilizzo molto anche il 24mm F1,4…

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo del foto reportage?

Fare vedere i propri lavori agli “esperti” di questo settore… fotoeditor dei giornali e agenzie, anche e soprattutto all’estero… e fare tesoro delle inesorabili critiche che si riceveranno… Confrontarsi e dialogare con gli altri fotografi, essere curiosi e guardare più fotografie, libri e mostre possibili…

Parlare con i giornali e i fotoeditor per capire che progetti affrontare… è inutile e poco producente insistere su temi “coperti” da decine di fotografi che da anni fanno un lavoro eccezionale…

Poi, per chiudere con un’altra citazione, farei ricorso alle parole di Josef Koudelka, che a chi gli chiedeva tre consigli per i giovani fotoreporter, rispondeva: “1: Camminare, 2: Camminare, 3: Camminare…”

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nov/09

11

Black

Sì, sto benissimo. No, non ho voglia di scrivere niente di sensato e corposo per cui pazientate. Ho provato a creare un micro set di foto su Flickr a tema. Negli anni ho cambiato varie volte “il mio colore preferito”. Era giallo, poi ho provato a farmi piacere il blu, probabilmente anche qualcos’altro per poi banalmente scoprire che il nero era quello che cercavo. Io nel nero non ci vedo la tristezza e nemmeno granché i toni cupi. Ci vedo decisione, l’assorbimento di ogni tipo di colore più che quella che si definisce “assenza di colore”. Insomma, per me il nero è il colore perfetto, perché si frega tutti gli altri. Il nero mi ricorda le tavole di Frank Miller dove i personaggi sembrano spuntare dal nero per definire la propria essenza con il bianco. Forse è per questo che mi piacciono i bianco e nero decisi e contrastati. Boh, lo scoprirò, intanto il set:

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Ieri sera all’una passata ero lì alla fermata del tram a guardare le due foto che avevo scattato ad una mia amica incazzato perché ho il flash da troppo poco e non ho ancora imparato ad usarlo come vorrei e le foto che ho fatto avrebbero potuto essere fatte meglio. Però ad un certo punto nell’iPod è partita la cover acustica di Wonderwall degli Oasis e tutto mi sembrava più importante e più spesso.

Gli Oasis sono alla frutta, io no. Per cui arrivato a casa a notte fonda ho riguardato le foto sul computer e mi sono accorto che non erano poi così male, non come erano nella mia testa, ma non male.

Da settimana prossima la mia immersione nella fotografia aumenterà, non ricordo un coinvolgimento così bruciante con una disciplina come quando mille anni fa mi avvicinai allo sviluppo del software. Boh, speriamo che non si disperda nelle ceneri come una fenice.

Voglio fotografare ogni cosa, ogni cosa. Ma non come i giapponesi turisti, magari come Toshihiro Oshima che è giapponese ma è bravo a chilate. Insomma, fo-to-gra-fa come si deve, mica quisquilie.

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ott/09

7

Svolgimento

È passato un anno, un anno dal giorno in cui ho spostato il mio culo dal paesello uscendo dalla mia casa (dire casa dei miei è davvero brutto) in direzione Milano nella casa in cui vivo con tre coinquilini “suonati” :D . Inutile dire che le peripezie sono state molte, infinite, direi che la metà di esse le ho scordate e l’altra metà mi verrà in mente dopo che avrò terminato di scrivere questo post in cui in teoria dovrei raccontarle.

Partiamo da cosa lo spostamento mi ha dato. Sorvolo sui cliché dell’indipendenza, l’autonomia, il lavarsi e stirarsi le cose (stendo un velo pietoso sul cucinare perché sono totalmente incapace e svogliato). Il punto è che sono sempre stato un tipo metropolitano nel cuore. Più una città è grande, caotica e dispersiva più io mi trovo bene. Ora, magari tra 20 anni la penserò in modo diametralmente opposto. Milano a me piace, ripeto: Milano a me piace. E in questi dodici mesi ho accumulato abbastanza esperienza per sentirmi credibile mentre lo pronuncio.

Possibilità è la parola chiave. In ordine vagamente cronologico (nel senso che io non mi ricordo mai un cavolo per cui non sono mica sicuro che sta roba sia davvero nell’ordine in cui ve la racconto): concerto Coldplay al Forum (ma qui stavo ancora al paesello), ho conosciuto parte della comunità dark milanese (di cui non sapevo e so assolutamente una mazza), mi son ritrovato alla festa di compleanno di una ragazza dark vestito tutto colorato, ho imparato molto sull’omosessualità (il side effect dei paeselli è che raramente ti aprono la mente sulle questioni “scomode”, indipendentemente da come la pensi in partenza), sono stato al FOWA 2008 a Londra (la più bella conferenza a cui io sia mai stato). Ricordo di essermi trasferito il giorno dell’Arduino Camp (il che è paradossale), ho organizzato una festa a tema, sono stato al concerto dei Killers e due giorni dopo a quello di John Legend, ho conosciuto un sacco di persone con la passione dell’hiphop tra cui quella che ora è diventata una cara, carissima amica. Ho frequentato per un po’ una ragazza per cui avevo perso la testa (e ne ho parlato ai miei, il che per come sono fatto io è un evento della portata della resurrezione di Maometto e Gesù contemporaneamente a ritmo di Club Tropicana), ho rinsaldato amicizie e viaggiato un pochino in giro per l’Italia, sono ovviamente tornato a Londra. Ho rivisto vecchi e nuovi geek alla PyCon tenendo uno speech per la mia prima volta.

Mi sono svegliato una mattina con la bruciante voglia di imparare a fotografare e non si torna indietro, ho conosciuto un po’ di persone con cui condividere questa passione, ho saltato al concerto dei Depeche Mode, a quello di Erykah Badu e a quelli di Joan as a Police Woman e della “mia adorata” Regina Spektor.

Sono stato in vacanza in Sardegna per due settimane e calcolando che non vedevo il mare dal 2005 direi niente male. Grazie ad un colpo di fortuna astronomico e a tanta gentilezza altrui ho rivisto i Coldplay ad Udine dalla tribuna VIP, ho ricevuto offerte di lavoro, ho partecipato ad eventi quali il Cloud Forum, la Startup Night. Mi sono anche infilato “abusivamente” in un mini corso sulla stampa in bianco e nero (di cui ho capito poco niente) e ho improvvisato un photoshoot per cercare di imparare sempre di più sulla fotografia.

Ho visto la sfilata di Cavalli, ho ballato in piazza Duomo trasformata in una discoteca a cielo aperto e ho perso persino gli occhiali da vista. E sono stato alla BlogFest 2009 a Riva del Garda.

Ne ho fatte di cose, Milano mi sta cambiando (io penso in meglio perché sto solidificando le mie fondamenta). La mia famiglia mi manca, anche se non sono molto bravo a dirlo e mi perdo sempre via nelle mille cose che faccio.

Per il futuro? Settimana prossima comincio una scuola serale di fotografia (effettivamente questo post fa schifo ma se non ricomincio a scrivere ora non ricomincio più quindi… perdonatemi).

giu/09

26

Bye Michael

Michael (1972)

È strano come la morte di una persona tanto lontana possa scuotere così l’animo in un baleno. È strano anche il fatto che, grazie alle tecnologie, se ne venga al corrente con questo senso di pornografia di informazione a cui siamo abituati. Tutto è in tempo reale e tutto è in broadcasting in giro per il mondo.

Ho perso il conto di quante volte io abbia ascoltato le sue canzoni e i suoi dischi. Credo di aver logorato Thriller, di aver imparato a memoria Bad e adorato Off The Wall. Ricordo bene i mesi in cui tenevo a palla l’album Dangerous in macchina cantando a squarciagola Keep The Faith, Who Is It e Why You Wanna Trip On Me. Mi ricordo le volte in cui da piccolo tentavo di imitare le mosse del video di The Way You Make Me Feel e di Billie Jean o quando consumavo la cassetta del concerto del 1992 a Bucarest. Quando mi venivano le lacrime agli occhi ascoltando Man In The Mirror. Quando trovavo (e trovo) super una canzone come They Don’t Really Care About Us. Quando giocavo alla console Sega da un amico con il videogioco di Smooth Criminal. Quando non capivo come potesse camminare in quel modo sulla terra. Quando mi inventavo le parole di Wanna Be Startin Somethin’. Quando lo difendevo nei discorsi da bar. Quando vedevo la meraviglia negli occhi della gente se spiegavo che su Thriller han suonato i Kiss, Van Halen e i Toto. Quando per me era il più valido in mezzo a quel pattume che ascoltavano i miei coetanei alle scuole medie. Quando andavo in visibilio realizzando che faceva anche parte di una delle prime boy band della storia musicale.

Con un solo album ha cambiato il corso di uno intero stile musicale, con un passo ha cambiato generazioni intere di ballerini, con la sua voce e i suoi testi ha riempito le mie orecchie e la mia testa per tanti anni, e continuerà a farlo perché l’arte e il talento sono imperituri.

Chiuderei un po’ così:

Grazie Michael.

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mag/09

24

one, two, step


one, two, step
Originally uploaded by neropercaso

Ricordo quando alle scuole medie i miei compagni ascoltavano le Spice e gli 883 mentre io canticchiavo nella mia testa canzoni di Busta Rhymes e Tupac Shakur. L’hiphop è sempre stata una parte di me che io ricordi. Non so esattamente quando cominciai ad ascoltarlo, affinità elettiva forse.

O nacque dal fatto che mi è sempre piaciuto ballarlo, ho dei ricordi stiracchiati di me che cercavo di imitare le mosse di Jacko, boh. Ho una pessima memoria.

Ciò che conta però è che non potrei vivere senza l’hiphop in almeno una delle sue forme, quindi immaginatevi la mia faccia quando mi son ritrovato al Move ad Aprile! Centinaia di bambini, ragazzi e adulti lì a sfidarsi condividendo, più o meno appieno, una delle mie passioni.

apr/09

30

Offline

Domani si parte per Londra (per la quarta volta), si vede che sta città mi piace decisamente :-) Spero di riuscire a fare un po’ di foto decenti con la macchina a pellicola ;-)

Starò lì fino al 6, poi di corsa in Italia perché il 7 parto per Firenze per il PyCon. Quest’anno terrò un talk (per la prima volta) su Erlang e Python, speriamo in bene :-)

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apr/09

18

1/Ventotto

apr/09

3

PyCon Tre

Rompo la consuetudine di post personali per annunciare una cosa che è relativa alla mia vita professionale: la terza edizione della conferenza dedicata al linguaggio Python è pronta. Si terrà l’8, il 9 e il 10 maggio sempre in quel di Firenze.

Abbiamo raccolto le proposte di talk, le abbiamo fatte votare dalla comunità e abbiamo finalmente composto il programma! Le votazioni sono state pubbliche, per questo abbiamo anche pubblicato criteri e classifica dei vari talk.

Tra gli speaker quest’anno avremo il creatore del linguaggio in carne e ossa, Guido Van Rossum, ad aprire le danze seguito da Alex Martelli, Raymond Hettinger, Fredrik Lundh, David Boddie e rullo di tamburi, l’amico Antonio Cangiano da sin troppo tempo confinato nel freddo Canada :-) .

Si parlerà di cloud computing, Python 3.0, Erlang, Qt, PyInstaller, intelligenza artificiale, Django, bioinformatica (!!), robotica, finanza, videogiochi e tanto altro. Non mancate!

Sempre degna di nota è la sessione recruiting in cui aziende e sviluppatori potranno trovare un punto di contatto (se non ricordo male l’anno scorso varie persone hanno trovato un impiego direttamente alla conferenza, quindi non sottovalutate la sessione!).

Ah! Se siete interessati a donazioni contattate pure il comitato organizzativo (ma anche se siete interessati a donazioni o anche solo per informazioni). Insomma fatevi un giro su www.pycon.it

ps. per la prima volta anche io presenterò qualcosa quindi mi faccio l’in bocca al lupo da solo :P

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