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Non so mai come cominciare i post per cui questo evito di iniziarlo. Facciamo finta che questo post sia già cominciato e che io sia già a metà dell’opera perché chi è a metà dell’opera è a buon punto, no?
Quel che volevo dire è che oggi, dopo una tranquilla giornata in ufficio, sono corso a vedere una mostra (due mostre nello stesso posto a dire il vero). La mostra è una mostra di fotografia, di quelle in cui vai e vedi delle magnifiche foto appese e torni a casa e sei migliore di prima perché tanto lo sai che le immagini cambiano la tua vita ogni santo giorno. Le foto appese lì a questa mostra erano decisamente di questo tipo. Le guardi, ti fermi davanti e non sei più lo stesso. Non che sei una persona diversa, sei solo un po’ più ricco, ricco dentro, che non è mai una brutta cosa.
La prima mostra è di Erwin Olaf, ripeto: E R W I N O L A F. So già che qualcuno starà dicendo << e chi è? >>. Io dico che non importa chi è, importa che quando vedi queste foto stampate su una parete non sei più lo stesso, perché Olaf è uno che ha capito come si fa a trasmettere il proprio modo di vedere con la fotografia e lo fa deponendo pezzettini della sua testa nelle sue creazioni. Io le considero opere d’arte, non mi interessano i formalismi. Questa è arte, punto. Le serie Dusk, Dawn e Grief resteranno per sempre stampate nella mia testa.
Lascio un po’ di spazio libero così potete andare a guardarvi le sue foto prima di continuare a leggere.
Fatto? Ok, torniamo ad Olaf. Giro per la mostra e trovo Olaf che risponde ad un sacco di domande generiche sul suo lavoro, poi compro il suo libro, vado a rompergli le scatole per farmelo firmare e intanto mi faccio spiegare come fa le sue creazioni (ovviamente non ho capito granché ma è un inizio). Lo incrocerò di nuovo più tardi facendomi scattare un paio di foto insieme a lui (mentre mi faccio spiegare che attrezzatura usa). Insomma, un quiz dopo l’altro mentre lo distraggo.
La mostra numero due è di Phil Stern, un fotografo di tutt’altra lega, che ci lascia dei documenti di infinito valore, catturando gioia e tristezza di persone che non smetteranno mai di essere nel nostro immaginario e invece per lui erano lì e le toccava con mano e le fotografa per farci sognare. Beato lui. Stern è nato nel 1919, si porta dietro una bombola di ossigeno (sì, era presente alla mostra e ho fatto un mucchio di domande) ed è uno di quelli che li ha fotografati tutti.
James Dean, Sammy Davis Jr., Frank Sinatra, JFK, Anita Ekberg, Sofia Loren, Sidney Poitier, Jack Lemmon, Dean Martin, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Alfred Hitchcock, John Wayne, Tony Curtis sono i primi che mi vengono in mente. Un infinito, inestimabile valore. Ovviamente gli ho chiesto come è stato interagire con Frank Sinatra e il Rat Pack, da buon fan del gruppo.
Ho applaudito nel mio cuore quando ad un insistente personaggio che continuava a chiedergli informazioni sull’attrezzatura, sulla postproduzione, sulla scelta della pellicola, il signor Stern ha risposto leggermente infastidito dicendo: << it’s all about the image, the content >> (la cosa che importa è l’immagine, il contenuto).
L’euforia non è ancora finita, la mostra tornerò a vederla perché è delirante “dribblare” un sacco di addetti ai lavori, invitati, parenti e persone come me. Ora ho una di quelle storie da raccontare ai nipoti e sono un po’ più ricco, dentro.



