Nero per caso | Il mio flusso di coscienza

TAG | Fotografia

giu/10

16

Olaf, Stern

Non so mai come cominciare i post per cui questo evito di iniziarlo. Facciamo finta che questo post sia già cominciato e che io sia già a metà dell’opera perché chi è a metà dell’opera è a buon punto, no?

Quel che volevo dire è che oggi, dopo una tranquilla giornata in ufficio, sono corso a vedere una mostra (due mostre nello stesso posto a dire il vero). La mostra è una mostra di fotografia, di quelle in cui vai e vedi delle magnifiche foto appese e torni a casa e sei migliore di prima perché tanto lo sai che le immagini cambiano la tua vita ogni santo giorno. Le foto appese lì a questa mostra erano decisamente di questo tipo. Le guardi, ti fermi davanti e non sei più lo stesso. Non che sei una persona diversa, sei solo un po’ più ricco, ricco dentro, che non è mai una brutta cosa.

La prima mostra è di Erwin Olaf, ripeto: E R W I N O L A F. So già che qualcuno starà dicendo << e chi è? >>. Io dico che non importa chi è, importa che quando vedi queste foto stampate su una parete non sei più lo stesso, perché Olaf è uno che ha capito come si fa a trasmettere il proprio modo di vedere con la fotografia e lo fa deponendo pezzettini della sua testa nelle sue creazioni. Io le considero opere d’arte, non mi interessano i formalismi. Questa è arte, punto. Le serie Dusk, Dawn e Grief resteranno per sempre stampate nella mia testa.


Lascio un po’ di spazio libero così potete andare a guardarvi le sue foto prima di continuare a leggere.



Fatto? Ok, torniamo ad Olaf. Giro per la mostra e trovo Olaf che risponde ad un sacco di domande generiche sul suo lavoro, poi compro il suo libro, vado a rompergli le scatole per farmelo firmare e intanto mi faccio spiegare come fa le sue creazioni (ovviamente non ho capito granché ma è un inizio). Lo incrocerò di nuovo più tardi facendomi scattare un paio di foto insieme a lui (mentre mi faccio spiegare che attrezzatura usa). Insomma, un quiz dopo l’altro mentre lo distraggo.

La mostra numero due è di Phil Stern, un fotografo di tutt’altra lega, che ci lascia dei documenti di infinito valore, catturando gioia e tristezza di persone che non smetteranno mai di essere nel nostro immaginario e invece per lui erano lì e le toccava con mano e le fotografa per farci sognare. Beato lui. Stern è nato nel 1919, si porta dietro una bombola di ossigeno (sì, era presente alla mostra e ho fatto un mucchio di domande) ed è uno di quelli che li ha fotografati tutti.

James Dean, Sammy Davis Jr., Frank Sinatra, JFK, Anita Ekberg, Sofia Loren, Sidney Poitier, Jack Lemmon, Dean Martin, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Alfred Hitchcock, John Wayne, Tony Curtis sono i primi che mi vengono in mente. Un infinito, inestimabile valore. Ovviamente gli ho chiesto come è stato interagire con Frank Sinatra e il Rat Pack, da buon fan del gruppo.

Ho applaudito nel mio cuore quando ad un insistente personaggio che continuava a chiedergli informazioni sull’attrezzatura, sulla postproduzione, sulla scelta della pellicola, il signor Stern ha risposto leggermente infastidito dicendo: << it’s all about the image, the content >> (la cosa che importa è l’immagine, il contenuto).

L’euforia non è ancora finita, la mostra tornerò a vederla perché è delirante “dribblare” un sacco di addetti ai lavori, invitati, parenti e persone come me. Ora ho una di quelle storie da raccontare ai nipoti e sono un po’ più ricco, dentro.

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mar/10

16

In piedi

Ai tempi delle scuole praticavo parecchia atletica. Prevalentemente il salto in alto e la corsa.

La corsa in velocità, non quell’altra dove corri per un sacco di tempo. A me piaceva correre e dare il massimo in non più di 100, 200 metri. Facevo anche la staffetta, nell’ultimo blocco. Quello in cui arrivi al traguardo per ultimo e tutti i tuoi compagni confidano che tu riesca a recuperare un eventuale distacco. A volte ci riesci, quelli sì che sono bei momenti. Uno sport di squadra singolare dato che la responsabilità non sempre è divisa equamente.

Ero piuttosto bravo nell’atletica e il motivo, a parte la ovvia combinazione tra doti e preparazione atletica che ognuno deve avere, era che mi allenavo con gente più brava di me.

Persone che saltavano più in alto, persone che correvano più veloce. Atleti più forti, più esperti, più capaci.

Provate a correre i 100 o i 400 metri piani in una corsia da soli in allenamento, riprovate a correrli con una persona che mediamente è più veloce di voi.

Trovarmi circondato di persone più brave ed esperte era per me stimolo per migliorare, per poter correre più veloce di loro, tirare fuori quei 3 o 4 centimetri in più nel fosbury per poter portare a casa un pezzo di metallo con un colore più importante.

Oggi non corro né salto più ma la sostanza non cambia. Da quando ho scoperto la fotografia cerco in tutti i modi di studiare e capire la vita di coloro che ammiro e invidio, cerco di guardare il maggior numero di foto possibile per ispirarmi e conoscere, cerco di scattare per trovare la mia finestra sul mondo.

Sono circondato da persone più brave di me in ogni situazione ma mi manca qualcosa, qualcuno. A differenza dei tempi dell’atletica ora non ho un allenatore, una persona che mi spinga, che mi stimoli, che mi distrugga e mi ricostruisca per la prossima sfida, per diventare migliore. È troppo tempo che non ricevo critiche alle mie fotografie, siccome a me generalmente non fanno impazzire ci deve essere una percezione totalmente diversa tra chi le guarda (voi) e chi le fa (io).

Non mi interessa sentirmi dire bravo (ovviamente fa piacere), non mi interessa sentirmi dire “eh si ma non ti preoccupare, tanto fai foto da meno di un anno, è normale”.

Non è una questione di mera ambizione, non credo nemmeno sia magia nera. Poter assorbire il talento e ricevere critiche da chi si ammira è un ottimo modo per migliorare, per non sedersi.

In piedi, dai.

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Quello che segue è il pazzo risultato di un esercizio molto bello fatto al corso di fotografia. Mi è stata data una rivista a caso, mi sono stati dati 4 minuti per scegliere 10 foto e successivamente altri 20 minuti per collegarle in una storia, un mini reportage. Ecco cosa è uscito dalle mie foto casuali e dalla mia testa.

Un giorno le due gemelle Twix sono comparse sulla Terra.

Gli abitanti non sapevano del loro arrivo ma sapevano che non avrebbe portato nulla di buono. Anche gli Antichi, da millenni nascosti sotto forma di pesci, erano all’erta. Il loro capo, Pisces dal colore blu, manifestava la necessità di trovare una soluzione per eliminare le gemelle Twix.

Le gemelle avevano il potere di scatenare gli istinti violenti negli uomini. Per ottenere il loro scopo si trasformarono in due creature, una rossa e una verde. I colori non erano affatto casuali. Avevano bisogno di Pisces, il canale blu, per condizionare gli uomini.

Ebbero successo, e fu così che guerre incominciarono e partite di basket degenerarono dal fair play alla violenza.

Il resto non è dato sapere perché Aeron, colui che tutto legge e tutto sistema, si è messo davanti ad una finestra con il libro del mondo, bruciando il bianco e quindi gli altri 3 colori.

Alla fine Pyra, creatice di ogni universo, annoiata dalle sintesi additive si accese una sigarette e con l’ultimo tiro, il mondo finì.

Purtroppo non ho modo di mostrare le fotografie ma erano (nell’ordine in cui le ho disposte io): una foto a due gemelle, una foto di un paesaggio terreno, una donna giapponese che guarda verso il cielo, un pesce tropicale blu, una creatura fantastica di colore rosso, una creatura simile di colore verde, la foto di un soldato ferito in guerra, la foto di un alterco durante una partita di basket, un uomo che legge un libro irradiato dalla luce bianca proveniente dalla finestra alle sue spalle, una pittrice annoiata che si fuma una sigaretta.

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Presentazione (scritta da me): Sara Lando è una fotografa professionista con un notevole talento creativo. Io la definirei una esperta osservatrice con una dose di empatia, cosa che si nota osservando bene le sue fotografie. Ha un blog – www.saralando.com/blog/ – che è una miniera d’oro di consigli. Nel 2009 ha vinto importanti premi tra cui un paio dedicati alla postproduzione digitale e alla ricerca creativa – www.saralando.com/blog/?p=290. La sua personalità è notevole e la sua umanità parte integrante del suo lavoro, ve ne accorgerete leggendo. In questa intervista Sara tocca anche il tema di come internet possa essere determinante nella professione fotografo e l’annosa questione delle licenze delle fotografie. Trovate i suoi lavori su www.saralando.com/ mentre il suo account flickr è questo: http://www.flickr.com/photos/rent-a-moose

INTERVISTA

1) Chi è Sara Lando, perché fotografi?

È una domanda un po’ complessa. Al di là del problema dell’identità che non è così banale da risolvere, almeno non per me, credo di essere una normalissima trentenne con un lavoro, una famiglia e una quantità di piccole ossessioni. Sul cosa mi spinga a fotografare… da quando ne ho fatto un lavoro le cose si sono complicate un po’. Da un lato c’è un discorso professionale: fotografo perché è quello che mi mette il cibo in tavola e perché se prendo un impegno con un cliente lo porto a termine, anche se quel giorno preferirei magari stare a letto a guardare serie TV mentre mangio noccioline. Dall’altro continua comunque ad essere una cosa che faccio perché ho delle immagini dentro la testa e se le lascio lì marciscono e se marciscono non sto bene. È come soffiarsi il naso o grattarsi. Dopo che l’hai fatto stai meglio.

2) Quali sono le cose che più adori nel poter fotografare le persone?

Quando fotografi qualcuno per diverse ore di seguito, soprattutto quando questo qualcuno non fa il modello di professione, si viene a creare un legame strano. Probabilmente deriva dal fatto di non sapere come comportarsi o succede perché improvvisamente chi sta davanti all’obiettivo decide di mettersi nelle mani del fotografo senza poter controllare quello che succede, ed è un salto di fede non da poco. È come essere un prete o uno psicologo. Non so se capiti a tutti quelli che fanno foto, ma spesso nel corso di un servizio fotografico vengo a sapere dettagli della vita di una persona che sono davvero intimi. Il fatto che qualcuno si fidi di me abbastanza da mettermi al corrente di parti della propria vita che considera preziose è una cosa molto bella. E adoro il momento in cui consegno le immagini finite e persone che odiano la propria immagine fotografica si vedono con i miei occhi e si riconoscono, ma allo stesso tempo si accorgono che possono essere belle o espressive o interessanti. La fotografia ha aiutato me per prima a scendere a patti con un corpo non perfetto, mi piace quando succede anche a persone che fotografo.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono) ?

Ci sono un sacco di difficoltà, come in tutti i lavori. Possono essere difficoltà tecniche, organizzare uno shooting richiede spesso un lavoro di regia non indifferente o attrezzature particolari, oppure difficoltà di altro tipo: a volte capita che la persona che si trova di fronte alla macchina fotografica sia terrorizzata, oppure che sia completamente diversa da quella che mi aspettavo (ci sono state persone che quando ho chiesto delle foto di riferimento mi hanno mandato scatti di 5 anni prima, in cui erano completamente diverse). Però è importante ricordarsi che alla fine della giornata non interessa a nessuno: se non c’è la foto è solo un problema mio. Per cui bisogna essere pronti a passare sempre al piano B, C, D o E.

Oppure capita che non sia al massimo della forma io. Ci sono giorni in cui mi sono presentata sul set con la febbre e drogata di paracetamolo, perché non è un lavoro in cui ci si può semplicemente dare malati. Mi è capitato di alzarmi alle 3 del mattino per guidare 4 ore, scattare per altre 10 e poi dormire in una piazzola di sosta per due ore prima di riguidare fino a casa. Non è un tipo di percorso professionale che consiglierei a chi ha bisogno di dormire 8 ore per notte e mangiare ad orari fissi.

E poi ovviamente mi trovo a dover far fronte a tutte le difficoltà standard di chi lavora in proprio in Italia: tasse da pagare, clienti che pagano a 90-120-300 giorni, nessun tipo di garanzia. Questo mese lavoro, il prossimo non lo so. Nonostante tutto non tornerei a lavorare come dipendente, non fa per me.

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

Probabilmente la serie di alice. È stata scattata in un periodo in cui facevo pochissime foto e non stavo bene. Mi stavo scontrando con il prezzo emotivo che si paga scendendo a compromessi con le promesse che si fanno a se stessi mentre si cresce. Uno dei forum che frequentavo (che metteva assieme illustratori, pittori, fumettari, artisti digitali e fotografi) aveva questi piccoli concorsi a tema, che erano un’ottima scusa per fare qualcosa di nuovo nei periodi in cui c’è meno ispirazione. Il tema era “Alice nel Paese delle Meraviglie”. La serie è una serie di scatti di quello che succede al paese delle meraviglie dopo che Alice è diventata adulta: il brucaliffo è infilzato in una teca, le carte di cuori sono diventate denari, Humpty Dumpty si è suicidato saltando in un tegamino… in ogni immagine c’è l’immagine precedente (per mantenere la struttura ciclica del libro, e richiamare la maratonda) e di fianco una serie di testi in cui descrivo episodi in cui io sono scesa a compromessi, crescendo. Le prime lettere delle parti scritte compongono la parola “ALICE”.

È stato come rimettermi in moto dopo un lungo periodo in cui avevo smesso di fare cose che parlassero di me. È forse l’autoritratto a cui sono più legata, e con il tempo mi sono accorta che i miei autoritratti più riusciti sono quelli in cui io non sono nell’inquadratura.

5) Guardando il tuo portfolio la prima cosa che mi viene in mente è la parola creatività. Sembra che tu ne abbia una risorsa illimitata, qual è il tuo segreto?

In realtà non riesco a vedermi come una persona particolarmente creativa. Sicuramente non baso le mie foto principalmente sulla tecnica (e questo spesso è dolorosamente evidente), ma la verità è che molto spesso l’immagine finale è semplicemente il frutto di una serie di coincidenze o scelte improvvise fatte mentre scatto delle foto. Magari parto con un’idea in testa, poi succede qualcosa (può essere una frase detta dalla modella, la musica che si ascolta, un oggetto che attira la mia attenzione) e lo shooting prende una direzione completamente diversa. È come avere un grosso sasso e trovarsi in cima a una salita. Per portarlo dal punto A (sulla cima) al punto B (in fondo) si può controllarlo con molta attenzione e fargli fare un percorso prestabilito e limitato da binari e mantenere la velocità costante e portarlo sano e salvo in fondo. È quello che faccio quando ho un cliente da accontentare, in genere. Se si tratta di foto scattate per me, tiro un calcio alla pietra nella direzione generale che mi interessa e lascio che la gravità faccia il resto. A quel punto si muove da sola e ho imparato che se cercassi di riportarla sui binari farei una fatica enorme e probabilmente fallirei miseramente. Per cui mi limito a correre più veloce che posso, prendendola a spallate se devia troppo dalla direzione che mi interessa e spostando da davanti quello che potrebbe essere distrutto.

Spesso le idee per uno shooting mi vengono da quello che sogno di notte: ho una vita onirica vividissima. Oppure sono immagini che mi passano per la testa mentre aspetto alla fermata del treno e che scrivo al volo nel mio moleskine. Guidare per delle ore è un’altra di quelle cose che mette in moto le rotelle, per cui tengo in macchina un registratore portatile. Sicuramente sono influenzata dai film che guardo, dai libri che leggo, dalle persone che frequento e dalle storie che ascolto. È una specie di furto di tutto quello che mi capita attorno.

La quinta regola di Jim Jarmush è una delle cose migliori che siano mai state scritte a riguardo:

Nothing is original. Steal from anywhere that resonates with inspiration or fuels your imagination. Devour old films, new films, music, books, paintings, photographs, poems, dreams, random conversations, architecture, bridges, street signs, trees, clouds, bodies of water, light and shadows. Select only things to steal from that speak directly to your soul. If you do this, your work (and theft) will be authentic. Authenticity is invaluable; originality is nonexistent. And don’t bother concealing your thievery—celebrate it if you feel like it. In any case, always remember what Jean-Luc Godard said: “It’s not where you take things from—it’s where you take them to.”

6) La tua presenza sul web è notevole, il tuo blog è tra le mie letture preferite e la serie "ghettofotografia" è utilissima. Come è nato il blog e quanto è importante per te condividere ciò che hai appreso diventando una fotografa?

Avevo un blog molto prima di diventare una fotografa: ho aperto il primo livejournal nel 1999 e lo usavo per leggere i diari online di una ventina di persone sparse in giro per il mondo. Poi già che c’ero ho cominciato a scriverci. Poi già che c’ero quando ho cominciato a fare foto le ho messe li’. Se sono diventata una fotografa (già che c’ero…) lo devo in grossa parte al fatto che ci sono state delle persone lungo il percorso, su Internet, che mi hanno aiutato a migliorarmi, che mi hanno spiegato come fare, che mi hanno incoraggiato anche quando le foto facevano seriamente cagare. È un tipo di debito che non si paga direttamente alle persone che ci hanno aiutato: ci si limita a fare la stessa cosa per chi viene dopo. Peraltro io stessa sono ancora nella fase in cui continuo a imparare cose nuove che rendono obsolete quelle che so adesso: ogni volta che metto online il mio modo di fare qualcosa, ci sono persone che contribuiscono aggiungendo dei pezzi che non conoscevo e dandomi delle nuove direzioni in cui esplorare. La fotografia non è una specie di arte magica segreta che bisogna tenere per sé: una macchina in automatico fa foto migliori di me. È lo stesso motivo per cui quello che metto su Internet è sotto licenza CC (Creative Commons, ndr). Faccio davvero fatica a capire l’ossessione della gente nei confronti delle proprie foto e delle proprie tecniche: peraltro se anche Michelangelo mi spiegasse come fa a dipingere, non significa che io sarei capace di farlo. Ma se Michelangelo perdesse tempo a spiegarmi come si fa qualcosa e poi avesse bisogno di una mano, sarei molto meglio disposta ad aiutarlo per quanto posso. Ed è quello che succede a me, che pure non sono Michelangelo: dal mettere online quattro tutorial ho ricevuto molto più di quello che ho dato.

Questo ovviamente compatibilmente con il mio tempo libero e le mie possibilità: il fatto che sia disponibile a spiegare quello che so non significa che mi senta in dovere di rispondere alle richieste di chiunque mi scriva chiedendomi di spiegargli cose che si trovano in 20 secondi con una ricerca su google.

7) Nel 2009 hai vinto un paio di importanti premi che sottolineano il tuo percorso creativo e la tua eccellente postproduzione. Ne vuoi parlare?

Devo premettere che non sono una grossa fan dei concorsi. Spesso finiscono per essere delle occasioni per farsi il fegato marcio al grido di “eh non ho vinto io perché è tutto un magna magna”, quando di solito semplicemente le proprie foto non sono buone abbastanza. I principi secondo cui decido di partecipare o meno a un concorso sono probabilmente un po’ cretini, però se c’è qualcuno nella giuria che vorrei vedesse le mie foto e la quota mi costa meno rispetto a spedire un portfolio a quella persona, partecipo. Se poi va bene, grasso che cola. È successo così con il concorso di blurb ed è stata la stessa cosa per il Premio Fotografico.

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

Ce ne sono valanghe. Molte delle cose che ha scattato Diane Arbus, la foto di Francesca Woodman in cui lei è seduta su una sedia e il pavimento è cosparso di farina. Certi scatti di Witkin, la foto di Wee Gee con il bambino che indossa l’elmetto con la scritta “Space Patrol”, molte delle foto di Sally Mann. Alcuni dei ritratti di Avedon, la serie di cappuccetto rosso scattata da Sarah Moon, il ritratto di Sir John Herschel scattato da Julia Margaret Cameron…. ho scaffali e cartelle pieni di foto che vorrei aver scattato io.

9) Tra i tuoi colleghi viventi invece, chi ammiri di più?

Anche qui sono parecchi. Restringendo il campo ai primi che mi vengono in mente, direi Ryan McGinley, Joey Lawrence (è un marmocchio e fa delle foto assurdamente belle), Chema Madoz, Bill Durgin, Eric Ray Davidson, Hedi Slimane, Anna Ritskhe, Rodney Smith, Chadwick Tyler, Nadav Kander, Marco Craig, Paul Rowland, Tim Walker, Paolo Roversi, Caryn Drexl, e un sacco di altra gente, tra cui persone che non fanno i fotografi di professione e magari hanno solo un account su Flickr.

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Al momento uso una Canon 5D mark II, che è il migliore compromesso tra qualità/roba che mi posso permettere e dimensioni/leggerezza. Ho le braccia di un bambino di 4 anni, dopo un po’ che tengo in mano una macchina fotografica ne risento. E ci sono giorni in cui scatto anche per 10 ore a mano libera. Uso quasi solo focali fisse, o il 24-70 f2.8. Ma in genere preferisco lo zoom “a piedi”. Non vado mai oltre i 100 di focale, perché odio stare a chilometri dai miei soggetti. Probabilmente la lente che uso di più è l’85mm 1.8. Però non sono particolarmente legata all’attrezzatura: spesso uso le lenti di plastica della Diana, o scatto con macchine giocattolo o con l’iphone. Se la Chicco facesse una macchina che funziona abbastanza bene per quello che ho in mente, non avrei problemi ad usarla.

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo della fotografia o, ancora meglio, seguire le tue orme?

Eviterei di seguire le mie orme: io sono ancora agli inizi e prendere me come modello vuol dire soprattutto puntare basso. Per chi vuole fare fotografia i consigli non sono nemmeno poi molti, il che non vuol dire che siano semplici da seguire: prendere una macchina fotografica, imparare a conoscerla come le proprie tasche, saldarla chirurgicamente alla propria persona e scattare. Tanto. Sempre. Perché nella fotografia conta davvero poco quanti libri di teoria, corsi, master, workshop uno si mette a fare: la teoria base per fare foto corrette si impara in un pomeriggio se si è molto stupidi, in un’ora e mezzo se si è più svegli. Tutto il resto lo fanno gli strati di foto, di tentativi, di errori, di orrori, che ci si trova a fare mentre si cerca di ottenere qualcosa di decente. Peraltro gli errori sono il modo più rapido per imparare. Se si sbaglia poco, probabilmente non si sta facendo niente di interessante. E poi guardare quante più foto belle possibile. Andare a vedere le mostre, passare i pomeriggi seduti per terra alla Feltrinelli sfogliando libri di fotografia troppo costosi per essere comprati, cercare di capire come sono state fatte, da dove arriva la luce, come si relazionano tra loro gli elementi di un’inquadratura. Uno degli esercizi più utili che abbiamo fatto alla RISD è stato quello di prendere la foto di un fotografo famoso e cercare di riprodurla il più possibile uguale. È decisamente utile anche passare meno tempo possibile nelle community di fotografia calcolando il valore di quello che si fa dal numero di favs, “mi piace”, “bravissimo”, “hey vieni a commentare le mie foto cosi’ io ti commento le tue”. Si rischia di perdere oggettività nei confronti del proprio lavoro, verso cui -secondo me- si dovrebbe essere il più possibile spietati.

12) Un’ultima domanda: tu stai a Bassano del Grappa, decisamente una scelta di vita differente rispetto a quella di molti fotografi che si concentrano nei grandi centri abitati. Torneresti mai sui tuoi passi?

Dal punto di vista personale e professionale si è rivelata la scelta migliore che potessi fare. da qui in 40 minuti sono a Padova. Quando stavo a Milano il martedi’ e venerdi’ sera in 40 minuti stavo facendo il giro dell’isolato per trovare parcheggio causa lavaggio strade. Se ho una mattina libera in un’ora sono sulle piste da sci. A Milano con ogni probabilità in un’ora mi sarei trovata giusto intombata in tangenziale. Mi pesa infinitamente meno farmi 300 km per andare a Milano quando mi serve e vivere in un posto in cui i miei vicini di casa sanno chi sono. Oltre al fatto che gli stipendi sono esattamente gli stessi, ma affitti e costo della vita sono il doppio. O forse semplicemente dopo 10 anni ne avevo abbastanza. Peraltro non è detto che Bassano sia la scelta definitiva… semplicemente ho troppo poco tempo per sprecarlo a vivere in un posto in cui non mi trovo bene e lamentarmene: se non mi piace, mi sposto.

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Rationale: ho provato a fare un’intervista ad un fotografo professionista che ha gentilmente sopportato le mie domande. Credo che sia utilissimo in questo gruppo l’apporto di gente che con la fotografia ci lavora (in qualunque ruolo) per cui spero con questa intervista di cominciare un lungo ciclo di contatti con il mondo reale.

Presentazione (scritta da me): Andrea Frazzetta e` un fotografo libero professionista di reportage che ha la fortuna di lavorare in tutto il mondo. Fa (faceva data la chiusura dela stessa) parte del team di collaboratori dell’agenzia Grazia Neri. Ha pubblicato le sue fotografie su importanti testate internazionali, libri e recentemente ha vinto lo Yann Geffroy Award 2009 per il suo lavoro "Obama Village" realizzato nelle terre natie del presidente americano ( vedi www.grazianeri.com/yann.php ). Trovate i suoi lavori e altre informazioni su www.andreafrazzetta.com

INTERVISTA

1) Chi è Andrea Frazzetta, perché fotografi?

Mi sono laureato in architettura e mentre studiavo ho iniziato a fotografare… I professori ci spingevano a girare per le città, ad osservare e vivere gli spazi urbani, e a fotografarli.

La fotografia era un mezzo per capire i luoghi… che però sono fatti soprattutto di persone e dei rapporti fra queste…

Italo Calvino, ne “Le città invisibili”, descrive una città fatta tutta di fili, di diversi colori, che ripercorrono gli spostamenti delle persone e i loro incontri. Un’intreccio di vite e percorsi, un’immagine bellissima…

Insomma l’amore per la fotografia è nato così, come amore per il vagabondaggio, come voglia di stare “fuori” in mezzo alle cose e alla gente, come modo per “andare incontro all’altro”.

Poi col tempo la fotografia è diventata per me, oltre che un mezzo per “raccontare”, uno strumento di scoperta. Scoperta degli altri, ma anche di me stesso. In ogni fotografia c’è un piccolo furto ma anche un contraccolpo, un tuo coinvolgimento diretto in ciò che registri, un tuo punto di vista, la tua presa di (es)posizione nel mondo…

2) Quali sono le caratteristiche che ami nella fotografia di reportage?

La fotografia di reportage è quella che ti costringe a “sporcarti”, a scendere in strada, a stare in mezzo alla vita, come dicevo prima. Non è solo una tecnica, il reportage è ciò che mi interessa di più perchè ti sfida ad applicare un linguaggio raffinato, “un’arte” come la fotografia, per descrivere la realtà e documentare ciò che ti accade intorno. Il suo essere narrazione e testimonianza sono le caratteristiche che amo di più.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono)?

Premetto che poter essere un fotoreporter è per me bellissimo… non è solo un lavoro, è la possibilità di affrontare un percorso e una vita che mi interessano soprattutto come persona. Dico ciò perchè solo questa convinzione e questa passione spesso ti permettono di affrontare tutte le difficoltà legate al mestiere. Innanzitutto economiche, ovvero trovarsi spesso con pochi soldi in tasca e con un lavoro sostanzialmente da libero professionista, con tutte le instabilità che ne conseguono. Non è poi facile emergere, capire come proporsi e soprattutto come dare continuità al tuo lavoro e al tuo impegno. Per me è stato fondamentale abbondonare tutto… qualsiasi altra attività pseudo-lavorativa… ho avuto bisogno di immergermi totalmente nella fotografia e nel reportage e di pensare solo a quello, e anche così è passato del tempo prima di poter dire, ok, ci sono, mi mantengo facendo il fotografo…

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

È veramente difficile individuarne una. Forse sceglierei quella scattata durante uno spettacolo teatrale in Congo, uno spettacolo messo in scena da ex-bambini soldato. È un’immagine fatta dietro le quinte, mentre i bambini si vestono da angeli prima di entrare in scena… me lo ricordo come un momento di poesia e leggerezza assoluta, ero molto commosso mentre la scattavo…

Un’altra immagine a cui sono particolarmente legato, è una fotografia fatta in Algeria. Ero appena arrivato ad Algeri e non mi ero reso conto che era il primo giorno di Ramadan, il primo giorno di digiuno… la città era completamente congelata, silenziosa, tesissima… sembrava che da un momento all’altro sarebbe accaduto il finimondo… poi al tramonto, al canto del muezzin la città si è sciolta… ero sul lungo mare e ho fatto la fotografia di quest’uomo con questa tunica bianca, candida, immerso nella luce del sole, che guarda l’orizzonte azzurro-infinito del mediterraneo….

(ndr. le foto le trovate sul sito)

5) Sei stato in Perù, Colombia, Congo, Burkina Faso, Burundi, Kenya, alle Maldive e in molti altri posti. A quale di queste terre sei rimasto più legato?

Ho iniziato viaggiando in sud-america e sicuramente rimarrò sempre legato a quei luoghi, in cui conservo molti amici… anche perché lì mi sento molto a mio agio, mi sento vicino a quella cultura. D’altra parte i lavori più intensi che ho fatto e che più mi hanno “segnato” sono stati fatti in Africa sub-sahariana… Congo, Burundi, Kenya…

Questo meraviglioso pezzo di Africa è davvero un luogo difficile, incontenibile. E difficile affrontarlo come reporter, e come uomo “straniero”. Quando penso a questi luoghi mi ricordo sempre le parole di un maestro, un grande reporter, Ryszard Kapuscinski, che riguardo ai suoi libri affermava: "non parlo dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitavano e che vi ho incontrato, dei giorni che vi ho trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, è un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste…"

6) Sono rimasto particolarmente affascinato dal tuo progetto "Il Mare di Mezzo" nel quale racconti attraverso i tuoi occhi il Mediterraneo. Cosa ti ha spinto a realizzare questo reportage? Sbaglio o è un progetto non ancora terminato? Progetti futuri?

“Il mare di Mezzo” è effettivamente un reportage a lungo termine… ci ho lavorato per diversi periodi negli ultimi anni, e spero di continuare nei prossimi… non so se avrà mai davvero una fine! Il progetto nasce dall’esigenza di raccontare un’identità e uno spazio molto complesso… Il Mediterraneo è, per la storia, il più grande canale di comunicazione che sia mai esistito, punto di contatto tra oriente e occidente, culla delle tre religioni monoteiste. Nonostante ciò il Mediterraneo rimane un tema trascurato dalla cultura europea odierna, e per molti rappresenta semplicemente una frontiera da pattugliare per sbarrare il passo ai migranti clandestini…

Insomma l’idea di questo progetto è nata dal desiderio di riflettere sulla mia identità e le mie radici. Sono nato a Lecce in Salento, nel bel mezzo del Mediterraneo, e i miei ricordi sono pregni della luce quei luoghi.

Non cerco però di raccontare questo territorio attraverso i grandi eventi di cui siamo ogni giorno testimoni, ciò che tento di fare è piuttosto una sorta di “diario mediterraneo”, attraverso le immagini. Una narrazione e un’indagine che partono dalla vita e dal quotidiano delle persone comuni.

L’intento è quello di toccare temi essenziali, come il lavoro, il rapporto tra tradizione e modernità, la religione, i giovani, il meticciamento, l’immigrazione, l’ambiente. Quello che vorrei raccontare è insomma l’identità mediterranea, dei molti dei, delle molte lingue e delle molte civiltà, del “mare fra le terre”.

7) Le tue foto sono state pubblicate da importanti testate giornalistiche italiane e internazionali: che effetto ti fa poter trasmettere ciò che vedi a così tante persone?

È cio che mi ripaga di più. Alla fine di tutto l’obiettivo principale è quello di comunicare con gli “altri”, di raccontare. E i giornali rimangono uno dei veicoli principali del fotogiornalismo. Spero che presto anche il web abbia sempre più peso… per la divulgazione della fotografia di qualità e per le storie che le immagini raccontano…

Giornali prestigiosi come il New York Times o il Washington Post stanno già facendo, nella loro versione on-line, cose bellissime con la fotografia; attraverso photogallery e nuovi prodotti multimediali che sfruttano appieno le potenzialità del “digitale”…

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

9) Tra i tuoi colleghi invece?

Sono molti i fotografi che mi hanno influenzato e a cui ho sempre “guardato” nel corso del mio avvicinamento alla fotografia. Sicuramente i grandi reporter dell’agenzia Magnum, e sicuramente Robert Frank ("The Americans" è un libro che tutti i fotografi dovrebbero conoscere…). Poi è stata altrettanto importante e folgorante la scoperta di Mario Giacomelli, uno dei pochi in grado di fotografare l’invisibile, i pensieri, la poesia.

Ora sono ancora molti i fotografi che per vari motivi osservo e ammiro, mi vengono in mente Paolo Pellegrin, Alec Soth. Pep Bonet, Tim Hetherington…

Poi mi interessano molto anche gli altri linguaggi espressivi, il cinema, la letteratura, e penso che questo sia fondamentale per un fotografo…

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Ho iniziato con pellicola e medioformato (6×6) che mi piace ancora molto. Ora utilizzo principalmente macchine digitali, soprattutto canon (5D). Il mio obiettivo preferito è in assoluto il 28 mm, mi obbliga a stare vicino ai miei soggetti, e poi è leggero e non dà nell’occhio… Utilizzo molto anche il 24mm F1,4…

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo del foto reportage?

Fare vedere i propri lavori agli “esperti” di questo settore… fotoeditor dei giornali e agenzie, anche e soprattutto all’estero… e fare tesoro delle inesorabili critiche che si riceveranno… Confrontarsi e dialogare con gli altri fotografi, essere curiosi e guardare più fotografie, libri e mostre possibili…

Parlare con i giornali e i fotoeditor per capire che progetti affrontare… è inutile e poco producente insistere su temi “coperti” da decine di fotografi che da anni fanno un lavoro eccezionale…

Poi, per chiudere con un’altra citazione, farei ricorso alle parole di Josef Koudelka, che a chi gli chiedeva tre consigli per i giovani fotoreporter, rispondeva: “1: Camminare, 2: Camminare, 3: Camminare…”

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nov/09

11

Black

Sì, sto benissimo. No, non ho voglia di scrivere niente di sensato e corposo per cui pazientate. Ho provato a creare un micro set di foto su Flickr a tema. Negli anni ho cambiato varie volte “il mio colore preferito”. Era giallo, poi ho provato a farmi piacere il blu, probabilmente anche qualcos’altro per poi banalmente scoprire che il nero era quello che cercavo. Io nel nero non ci vedo la tristezza e nemmeno granché i toni cupi. Ci vedo decisione, l’assorbimento di ogni tipo di colore più che quella che si definisce “assenza di colore”. Insomma, per me il nero è il colore perfetto, perché si frega tutti gli altri. Il nero mi ricorda le tavole di Frank Miller dove i personaggi sembrano spuntare dal nero per definire la propria essenza con il bianco. Forse è per questo che mi piacciono i bianco e nero decisi e contrastati. Boh, lo scoprirò, intanto il set:

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Ieri sera all’una passata ero lì alla fermata del tram a guardare le due foto che avevo scattato ad una mia amica incazzato perché ho il flash da troppo poco e non ho ancora imparato ad usarlo come vorrei e le foto che ho fatto avrebbero potuto essere fatte meglio. Però ad un certo punto nell’iPod è partita la cover acustica di Wonderwall degli Oasis e tutto mi sembrava più importante e più spesso.

Gli Oasis sono alla frutta, io no. Per cui arrivato a casa a notte fonda ho riguardato le foto sul computer e mi sono accorto che non erano poi così male, non come erano nella mia testa, ma non male.

Da settimana prossima la mia immersione nella fotografia aumenterà, non ricordo un coinvolgimento così bruciante con una disciplina come quando mille anni fa mi avvicinai allo sviluppo del software. Boh, speriamo che non si disperda nelle ceneri come una fenice.

Voglio fotografare ogni cosa, ogni cosa. Ma non come i giapponesi turisti, magari come Toshihiro Oshima che è giapponese ma è bravo a chilate. Insomma, fo-to-gra-fa come si deve, mica quisquilie.

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