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Intervista ad Andrea Frazzetta
5 Comments | Posted by Lawrence in pensieriparoleoperemissioni |
Rationale: ho provato a fare un’intervista ad un fotografo professionista che ha gentilmente sopportato le mie domande. Credo che sia utilissimo in questo gruppo l’apporto di gente che con la fotografia ci lavora (in qualunque ruolo) per cui spero con questa intervista di cominciare un lungo ciclo di contatti con il mondo reale.
Presentazione (scritta da me): Andrea Frazzetta e` un fotografo libero professionista di reportage che ha la fortuna di lavorare in tutto il mondo. Fa (faceva data la chiusura dela stessa) parte del team di collaboratori dell’agenzia Grazia Neri. Ha pubblicato le sue fotografie su importanti testate internazionali, libri e recentemente ha vinto lo Yann Geffroy Award 2009 per il suo lavoro "Obama Village" realizzato nelle terre natie del presidente americano ( vedi www.grazianeri.com/yann.php ). Trovate i suoi lavori e altre informazioni su www.andreafrazzetta.com
INTERVISTA
1) Chi è Andrea Frazzetta, perché fotografi?
Mi sono laureato in architettura e mentre studiavo ho iniziato a fotografare… I professori ci spingevano a girare per le città, ad osservare e vivere gli spazi urbani, e a fotografarli.
La fotografia era un mezzo per capire i luoghi… che però sono fatti soprattutto di persone e dei rapporti fra queste…
Italo Calvino, ne “Le città invisibili”, descrive una città fatta tutta di fili, di diversi colori, che ripercorrono gli spostamenti delle persone e i loro incontri. Un’intreccio di vite e percorsi, un’immagine bellissima…
Insomma l’amore per la fotografia è nato così, come amore per il vagabondaggio, come voglia di stare “fuori” in mezzo alle cose e alla gente, come modo per “andare incontro all’altro”.
Poi col tempo la fotografia è diventata per me, oltre che un mezzo per “raccontare”, uno strumento di scoperta. Scoperta degli altri, ma anche di me stesso. In ogni fotografia c’è un piccolo furto ma anche un contraccolpo, un tuo coinvolgimento diretto in ciò che registri, un tuo punto di vista, la tua presa di (es)posizione nel mondo…
2) Quali sono le caratteristiche che ami nella fotografia di reportage?
La fotografia di reportage è quella che ti costringe a “sporcarti”, a scendere in strada, a stare in mezzo alla vita, come dicevo prima. Non è solo una tecnica, il reportage è ciò che mi interessa di più perchè ti sfida ad applicare un linguaggio raffinato, “un’arte” come la fotografia, per descrivere la realtà e documentare ciò che ti accade intorno. Il suo essere narrazione e testimonianza sono le caratteristiche che amo di più.
3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono)?
Premetto che poter essere un fotoreporter è per me bellissimo… non è solo un lavoro, è la possibilità di affrontare un percorso e una vita che mi interessano soprattutto come persona. Dico ciò perchè solo questa convinzione e questa passione spesso ti permettono di affrontare tutte le difficoltà legate al mestiere. Innanzitutto economiche, ovvero trovarsi spesso con pochi soldi in tasca e con un lavoro sostanzialmente da libero professionista, con tutte le instabilità che ne conseguono. Non è poi facile emergere, capire come proporsi e soprattutto come dare continuità al tuo lavoro e al tuo impegno. Per me è stato fondamentale abbondonare tutto… qualsiasi altra attività pseudo-lavorativa… ho avuto bisogno di immergermi totalmente nella fotografia e nel reportage e di pensare solo a quello, e anche così è passato del tempo prima di poter dire, ok, ci sono, mi mantengo facendo il fotografo…
4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?
È veramente difficile individuarne una. Forse sceglierei quella scattata durante uno spettacolo teatrale in Congo, uno spettacolo messo in scena da ex-bambini soldato. È un’immagine fatta dietro le quinte, mentre i bambini si vestono da angeli prima di entrare in scena… me lo ricordo come un momento di poesia e leggerezza assoluta, ero molto commosso mentre la scattavo…
Un’altra immagine a cui sono particolarmente legato, è una fotografia fatta in Algeria. Ero appena arrivato ad Algeri e non mi ero reso conto che era il primo giorno di Ramadan, il primo giorno di digiuno… la città era completamente congelata, silenziosa, tesissima… sembrava che da un momento all’altro sarebbe accaduto il finimondo… poi al tramonto, al canto del muezzin la città si è sciolta… ero sul lungo mare e ho fatto la fotografia di quest’uomo con questa tunica bianca, candida, immerso nella luce del sole, che guarda l’orizzonte azzurro-infinito del mediterraneo….
(ndr. le foto le trovate sul sito)
5) Sei stato in Perù, Colombia, Congo, Burkina Faso, Burundi, Kenya, alle Maldive e in molti altri posti. A quale di queste terre sei rimasto più legato?
Ho iniziato viaggiando in sud-america e sicuramente rimarrò sempre legato a quei luoghi, in cui conservo molti amici… anche perché lì mi sento molto a mio agio, mi sento vicino a quella cultura. D’altra parte i lavori più intensi che ho fatto e che più mi hanno “segnato” sono stati fatti in Africa sub-sahariana… Congo, Burundi, Kenya…
Questo meraviglioso pezzo di Africa è davvero un luogo difficile, incontenibile. E difficile affrontarlo come reporter, e come uomo “straniero”. Quando penso a questi luoghi mi ricordo sempre le parole di un maestro, un grande reporter, Ryszard Kapuscinski, che riguardo ai suoi libri affermava: "non parlo dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitavano e che vi ho incontrato, dei giorni che vi ho trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, è un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste…"
6) Sono rimasto particolarmente affascinato dal tuo progetto "Il Mare di Mezzo" nel quale racconti attraverso i tuoi occhi il Mediterraneo. Cosa ti ha spinto a realizzare questo reportage? Sbaglio o è un progetto non ancora terminato? Progetti futuri?
“Il mare di Mezzo” è effettivamente un reportage a lungo termine… ci ho lavorato per diversi periodi negli ultimi anni, e spero di continuare nei prossimi… non so se avrà mai davvero una fine! Il progetto nasce dall’esigenza di raccontare un’identità e uno spazio molto complesso… Il Mediterraneo è, per la storia, il più grande canale di comunicazione che sia mai esistito, punto di contatto tra oriente e occidente, culla delle tre religioni monoteiste. Nonostante ciò il Mediterraneo rimane un tema trascurato dalla cultura europea odierna, e per molti rappresenta semplicemente una frontiera da pattugliare per sbarrare il passo ai migranti clandestini…
Insomma l’idea di questo progetto è nata dal desiderio di riflettere sulla mia identità e le mie radici. Sono nato a Lecce in Salento, nel bel mezzo del Mediterraneo, e i miei ricordi sono pregni della luce quei luoghi.
Non cerco però di raccontare questo territorio attraverso i grandi eventi di cui siamo ogni giorno testimoni, ciò che tento di fare è piuttosto una sorta di “diario mediterraneo”, attraverso le immagini. Una narrazione e un’indagine che partono dalla vita e dal quotidiano delle persone comuni.
L’intento è quello di toccare temi essenziali, come il lavoro, il rapporto tra tradizione e modernità, la religione, i giovani, il meticciamento, l’immigrazione, l’ambiente. Quello che vorrei raccontare è insomma l’identità mediterranea, dei molti dei, delle molte lingue e delle molte civiltà, del “mare fra le terre”.
7) Le tue foto sono state pubblicate da importanti testate giornalistiche italiane e internazionali: che effetto ti fa poter trasmettere ciò che vedi a così tante persone?
È cio che mi ripaga di più. Alla fine di tutto l’obiettivo principale è quello di comunicare con gli “altri”, di raccontare. E i giornali rimangono uno dei veicoli principali del fotogiornalismo. Spero che presto anche il web abbia sempre più peso… per la divulgazione della fotografia di qualità e per le storie che le immagini raccontano…
Giornali prestigiosi come il New York Times o il Washington Post stanno già facendo, nella loro versione on-line, cose bellissime con la fotografia; attraverso photogallery e nuovi prodotti multimediali che sfruttano appieno le potenzialità del “digitale”…
8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?
9) Tra i tuoi colleghi invece?
Sono molti i fotografi che mi hanno influenzato e a cui ho sempre “guardato” nel corso del mio avvicinamento alla fotografia. Sicuramente i grandi reporter dell’agenzia Magnum, e sicuramente Robert Frank ("The Americans" è un libro che tutti i fotografi dovrebbero conoscere…). Poi è stata altrettanto importante e folgorante la scoperta di Mario Giacomelli, uno dei pochi in grado di fotografare l’invisibile, i pensieri, la poesia.
Ora sono ancora molti i fotografi che per vari motivi osservo e ammiro, mi vengono in mente Paolo Pellegrin, Alec Soth. Pep Bonet, Tim Hetherington…
Poi mi interessano molto anche gli altri linguaggi espressivi, il cinema, la letteratura, e penso che questo sia fondamentale per un fotografo…
10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?
Ho iniziato con pellicola e medioformato (6×6) che mi piace ancora molto. Ora utilizzo principalmente macchine digitali, soprattutto canon (5D). Il mio obiettivo preferito è in assoluto il 28 mm, mi obbliga a stare vicino ai miei soggetti, e poi è leggero e non dà nell’occhio… Utilizzo molto anche il 24mm F1,4…
11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo del foto reportage?
Fare vedere i propri lavori agli “esperti” di questo settore… fotoeditor dei giornali e agenzie, anche e soprattutto all’estero… e fare tesoro delle inesorabili critiche che si riceveranno… Confrontarsi e dialogare con gli altri fotografi, essere curiosi e guardare più fotografie, libri e mostre possibili…
Parlare con i giornali e i fotoeditor per capire che progetti affrontare… è inutile e poco producente insistere su temi “coperti” da decine di fotografi che da anni fanno un lavoro eccezionale…
Poi, per chiudere con un’altra citazione, farei ricorso alle parole di Josef Koudelka, che a chi gli chiedeva tre consigli per i giovani fotoreporter, rispondeva: “1: Camminare, 2: Camminare, 3: Camminare…”
















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