Nero per caso | Il mio flusso di coscienza

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Intervista a Sara Lando

Presentazione (scritta da me): Sara Lando è una fotografa professionista con un notevole talento creativo. Io la definirei una esperta osservatrice con una dose di empatia, cosa che si nota osservando bene le sue fotografie. Ha un blog – www.saralando.com/blog/ – che è una miniera d’oro di consigli. Nel 2009 ha vinto importanti premi tra cui un paio dedicati alla postproduzione digitale e alla ricerca creativa – www.saralando.com/blog/?p=290. La sua personalità è notevole e la sua umanità parte integrante del suo lavoro, ve ne accorgerete leggendo. In questa intervista Sara tocca anche il tema di come internet possa essere determinante nella professione fotografo e l’annosa questione delle licenze delle fotografie. Trovate i suoi lavori su www.saralando.com/ mentre il suo account flickr è questo: http://www.flickr.com/photos/rent-a-moose

INTERVISTA

1) Chi è Sara Lando, perché fotografi?

È una domanda un po’ complessa. Al di là del problema dell’identità che non è così banale da risolvere, almeno non per me, credo di essere una normalissima trentenne con un lavoro, una famiglia e una quantità di piccole ossessioni. Sul cosa mi spinga a fotografare… da quando ne ho fatto un lavoro le cose si sono complicate un po’. Da un lato c’è un discorso professionale: fotografo perché è quello che mi mette il cibo in tavola e perché se prendo un impegno con un cliente lo porto a termine, anche se quel giorno preferirei magari stare a letto a guardare serie TV mentre mangio noccioline. Dall’altro continua comunque ad essere una cosa che faccio perché ho delle immagini dentro la testa e se le lascio lì marciscono e se marciscono non sto bene. È come soffiarsi il naso o grattarsi. Dopo che l’hai fatto stai meglio.

2) Quali sono le cose che più adori nel poter fotografare le persone?

Quando fotografi qualcuno per diverse ore di seguito, soprattutto quando questo qualcuno non fa il modello di professione, si viene a creare un legame strano. Probabilmente deriva dal fatto di non sapere come comportarsi o succede perché improvvisamente chi sta davanti all’obiettivo decide di mettersi nelle mani del fotografo senza poter controllare quello che succede, ed è un salto di fede non da poco. È come essere un prete o uno psicologo. Non so se capiti a tutti quelli che fanno foto, ma spesso nel corso di un servizio fotografico vengo a sapere dettagli della vita di una persona che sono davvero intimi. Il fatto che qualcuno si fidi di me abbastanza da mettermi al corrente di parti della propria vita che considera preziose è una cosa molto bella. E adoro il momento in cui consegno le immagini finite e persone che odiano la propria immagine fotografica si vedono con i miei occhi e si riconoscono, ma allo stesso tempo si accorgono che possono essere belle o espressive o interessanti. La fotografia ha aiutato me per prima a scendere a patti con un corpo non perfetto, mi piace quando succede anche a persone che fotografo.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono) ?

Ci sono un sacco di difficoltà, come in tutti i lavori. Possono essere difficoltà tecniche, organizzare uno shooting richiede spesso un lavoro di regia non indifferente o attrezzature particolari, oppure difficoltà di altro tipo: a volte capita che la persona che si trova di fronte alla macchina fotografica sia terrorizzata, oppure che sia completamente diversa da quella che mi aspettavo (ci sono state persone che quando ho chiesto delle foto di riferimento mi hanno mandato scatti di 5 anni prima, in cui erano completamente diverse). Però è importante ricordarsi che alla fine della giornata non interessa a nessuno: se non c’è la foto è solo un problema mio. Per cui bisogna essere pronti a passare sempre al piano B, C, D o E.

Oppure capita che non sia al massimo della forma io. Ci sono giorni in cui mi sono presentata sul set con la febbre e drogata di paracetamolo, perché non è un lavoro in cui ci si può semplicemente dare malati. Mi è capitato di alzarmi alle 3 del mattino per guidare 4 ore, scattare per altre 10 e poi dormire in una piazzola di sosta per due ore prima di riguidare fino a casa. Non è un tipo di percorso professionale che consiglierei a chi ha bisogno di dormire 8 ore per notte e mangiare ad orari fissi.

E poi ovviamente mi trovo a dover far fronte a tutte le difficoltà standard di chi lavora in proprio in Italia: tasse da pagare, clienti che pagano a 90-120-300 giorni, nessun tipo di garanzia. Questo mese lavoro, il prossimo non lo so. Nonostante tutto non tornerei a lavorare come dipendente, non fa per me.

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

Probabilmente la serie di alice. È stata scattata in un periodo in cui facevo pochissime foto e non stavo bene. Mi stavo scontrando con il prezzo emotivo che si paga scendendo a compromessi con le promesse che si fanno a se stessi mentre si cresce. Uno dei forum che frequentavo (che metteva assieme illustratori, pittori, fumettari, artisti digitali e fotografi) aveva questi piccoli concorsi a tema, che erano un’ottima scusa per fare qualcosa di nuovo nei periodi in cui c’è meno ispirazione. Il tema era “Alice nel Paese delle Meraviglie”. La serie è una serie di scatti di quello che succede al paese delle meraviglie dopo che Alice è diventata adulta: il brucaliffo è infilzato in una teca, le carte di cuori sono diventate denari, Humpty Dumpty si è suicidato saltando in un tegamino… in ogni immagine c’è l’immagine precedente (per mantenere la struttura ciclica del libro, e richiamare la maratonda) e di fianco una serie di testi in cui descrivo episodi in cui io sono scesa a compromessi, crescendo. Le prime lettere delle parti scritte compongono la parola “ALICE”.

È stato come rimettermi in moto dopo un lungo periodo in cui avevo smesso di fare cose che parlassero di me. È forse l’autoritratto a cui sono più legata, e con il tempo mi sono accorta che i miei autoritratti più riusciti sono quelli in cui io non sono nell’inquadratura.

5) Guardando il tuo portfolio la prima cosa che mi viene in mente è la parola creatività. Sembra che tu ne abbia una risorsa illimitata, qual è il tuo segreto?

In realtà non riesco a vedermi come una persona particolarmente creativa. Sicuramente non baso le mie foto principalmente sulla tecnica (e questo spesso è dolorosamente evidente), ma la verità è che molto spesso l’immagine finale è semplicemente il frutto di una serie di coincidenze o scelte improvvise fatte mentre scatto delle foto. Magari parto con un’idea in testa, poi succede qualcosa (può essere una frase detta dalla modella, la musica che si ascolta, un oggetto che attira la mia attenzione) e lo shooting prende una direzione completamente diversa. È come avere un grosso sasso e trovarsi in cima a una salita. Per portarlo dal punto A (sulla cima) al punto B (in fondo) si può controllarlo con molta attenzione e fargli fare un percorso prestabilito e limitato da binari e mantenere la velocità costante e portarlo sano e salvo in fondo. È quello che faccio quando ho un cliente da accontentare, in genere. Se si tratta di foto scattate per me, tiro un calcio alla pietra nella direzione generale che mi interessa e lascio che la gravità faccia il resto. A quel punto si muove da sola e ho imparato che se cercassi di riportarla sui binari farei una fatica enorme e probabilmente fallirei miseramente. Per cui mi limito a correre più veloce che posso, prendendola a spallate se devia troppo dalla direzione che mi interessa e spostando da davanti quello che potrebbe essere distrutto.

Spesso le idee per uno shooting mi vengono da quello che sogno di notte: ho una vita onirica vividissima. Oppure sono immagini che mi passano per la testa mentre aspetto alla fermata del treno e che scrivo al volo nel mio moleskine. Guidare per delle ore è un’altra di quelle cose che mette in moto le rotelle, per cui tengo in macchina un registratore portatile. Sicuramente sono influenzata dai film che guardo, dai libri che leggo, dalle persone che frequento e dalle storie che ascolto. È una specie di furto di tutto quello che mi capita attorno.

La quinta regola di Jim Jarmush è una delle cose migliori che siano mai state scritte a riguardo:

Nothing is original. Steal from anywhere that resonates with inspiration or fuels your imagination. Devour old films, new films, music, books, paintings, photographs, poems, dreams, random conversations, architecture, bridges, street signs, trees, clouds, bodies of water, light and shadows. Select only things to steal from that speak directly to your soul. If you do this, your work (and theft) will be authentic. Authenticity is invaluable; originality is nonexistent. And don’t bother concealing your thievery—celebrate it if you feel like it. In any case, always remember what Jean-Luc Godard said: “It’s not where you take things from—it’s where you take them to.”

6) La tua presenza sul web è notevole, il tuo blog è tra le mie letture preferite e la serie "ghettofotografia" è utilissima. Come è nato il blog e quanto è importante per te condividere ciò che hai appreso diventando una fotografa?

Avevo un blog molto prima di diventare una fotografa: ho aperto il primo livejournal nel 1999 e lo usavo per leggere i diari online di una ventina di persone sparse in giro per il mondo. Poi già che c’ero ho cominciato a scriverci. Poi già che c’ero quando ho cominciato a fare foto le ho messe li’. Se sono diventata una fotografa (già che c’ero…) lo devo in grossa parte al fatto che ci sono state delle persone lungo il percorso, su Internet, che mi hanno aiutato a migliorarmi, che mi hanno spiegato come fare, che mi hanno incoraggiato anche quando le foto facevano seriamente cagare. È un tipo di debito che non si paga direttamente alle persone che ci hanno aiutato: ci si limita a fare la stessa cosa per chi viene dopo. Peraltro io stessa sono ancora nella fase in cui continuo a imparare cose nuove che rendono obsolete quelle che so adesso: ogni volta che metto online il mio modo di fare qualcosa, ci sono persone che contribuiscono aggiungendo dei pezzi che non conoscevo e dandomi delle nuove direzioni in cui esplorare. La fotografia non è una specie di arte magica segreta che bisogna tenere per sé: una macchina in automatico fa foto migliori di me. È lo stesso motivo per cui quello che metto su Internet è sotto licenza CC (Creative Commons, ndr). Faccio davvero fatica a capire l’ossessione della gente nei confronti delle proprie foto e delle proprie tecniche: peraltro se anche Michelangelo mi spiegasse come fa a dipingere, non significa che io sarei capace di farlo. Ma se Michelangelo perdesse tempo a spiegarmi come si fa qualcosa e poi avesse bisogno di una mano, sarei molto meglio disposta ad aiutarlo per quanto posso. Ed è quello che succede a me, che pure non sono Michelangelo: dal mettere online quattro tutorial ho ricevuto molto più di quello che ho dato.

Questo ovviamente compatibilmente con il mio tempo libero e le mie possibilità: il fatto che sia disponibile a spiegare quello che so non significa che mi senta in dovere di rispondere alle richieste di chiunque mi scriva chiedendomi di spiegargli cose che si trovano in 20 secondi con una ricerca su google.

7) Nel 2009 hai vinto un paio di importanti premi che sottolineano il tuo percorso creativo e la tua eccellente postproduzione. Ne vuoi parlare?

Devo premettere che non sono una grossa fan dei concorsi. Spesso finiscono per essere delle occasioni per farsi il fegato marcio al grido di “eh non ho vinto io perché è tutto un magna magna”, quando di solito semplicemente le proprie foto non sono buone abbastanza. I principi secondo cui decido di partecipare o meno a un concorso sono probabilmente un po’ cretini, però se c’è qualcuno nella giuria che vorrei vedesse le mie foto e la quota mi costa meno rispetto a spedire un portfolio a quella persona, partecipo. Se poi va bene, grasso che cola. È successo così con il concorso di blurb ed è stata la stessa cosa per il Premio Fotografico.

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

Ce ne sono valanghe. Molte delle cose che ha scattato Diane Arbus, la foto di Francesca Woodman in cui lei è seduta su una sedia e il pavimento è cosparso di farina. Certi scatti di Witkin, la foto di Wee Gee con il bambino che indossa l’elmetto con la scritta “Space Patrol”, molte delle foto di Sally Mann. Alcuni dei ritratti di Avedon, la serie di cappuccetto rosso scattata da Sarah Moon, il ritratto di Sir John Herschel scattato da Julia Margaret Cameron…. ho scaffali e cartelle pieni di foto che vorrei aver scattato io.

9) Tra i tuoi colleghi viventi invece, chi ammiri di più?

Anche qui sono parecchi. Restringendo il campo ai primi che mi vengono in mente, direi Ryan McGinley, Joey Lawrence (è un marmocchio e fa delle foto assurdamente belle), Chema Madoz, Bill Durgin, Eric Ray Davidson, Hedi Slimane, Anna Ritskhe, Rodney Smith, Chadwick Tyler, Nadav Kander, Marco Craig, Paul Rowland, Tim Walker, Paolo Roversi, Caryn Drexl, e un sacco di altra gente, tra cui persone che non fanno i fotografi di professione e magari hanno solo un account su Flickr.

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Al momento uso una Canon 5D mark II, che è il migliore compromesso tra qualità/roba che mi posso permettere e dimensioni/leggerezza. Ho le braccia di un bambino di 4 anni, dopo un po’ che tengo in mano una macchina fotografica ne risento. E ci sono giorni in cui scatto anche per 10 ore a mano libera. Uso quasi solo focali fisse, o il 24-70 f2.8. Ma in genere preferisco lo zoom “a piedi”. Non vado mai oltre i 100 di focale, perché odio stare a chilometri dai miei soggetti. Probabilmente la lente che uso di più è l’85mm 1.8. Però non sono particolarmente legata all’attrezzatura: spesso uso le lenti di plastica della Diana, o scatto con macchine giocattolo o con l’iphone. Se la Chicco facesse una macchina che funziona abbastanza bene per quello che ho in mente, non avrei problemi ad usarla.

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo della fotografia o, ancora meglio, seguire le tue orme?

Eviterei di seguire le mie orme: io sono ancora agli inizi e prendere me come modello vuol dire soprattutto puntare basso. Per chi vuole fare fotografia i consigli non sono nemmeno poi molti, il che non vuol dire che siano semplici da seguire: prendere una macchina fotografica, imparare a conoscerla come le proprie tasche, saldarla chirurgicamente alla propria persona e scattare. Tanto. Sempre. Perché nella fotografia conta davvero poco quanti libri di teoria, corsi, master, workshop uno si mette a fare: la teoria base per fare foto corrette si impara in un pomeriggio se si è molto stupidi, in un’ora e mezzo se si è più svegli. Tutto il resto lo fanno gli strati di foto, di tentativi, di errori, di orrori, che ci si trova a fare mentre si cerca di ottenere qualcosa di decente. Peraltro gli errori sono il modo più rapido per imparare. Se si sbaglia poco, probabilmente non si sta facendo niente di interessante. E poi guardare quante più foto belle possibile. Andare a vedere le mostre, passare i pomeriggi seduti per terra alla Feltrinelli sfogliando libri di fotografia troppo costosi per essere comprati, cercare di capire come sono state fatte, da dove arriva la luce, come si relazionano tra loro gli elementi di un’inquadratura. Uno degli esercizi più utili che abbiamo fatto alla RISD è stato quello di prendere la foto di un fotografo famoso e cercare di riprodurla il più possibile uguale. È decisamente utile anche passare meno tempo possibile nelle community di fotografia calcolando il valore di quello che si fa dal numero di favs, “mi piace”, “bravissimo”, “hey vieni a commentare le mie foto cosi’ io ti commento le tue”. Si rischia di perdere oggettività nei confronti del proprio lavoro, verso cui -secondo me- si dovrebbe essere il più possibile spietati.

12) Un’ultima domanda: tu stai a Bassano del Grappa, decisamente una scelta di vita differente rispetto a quella di molti fotografi che si concentrano nei grandi centri abitati. Torneresti mai sui tuoi passi?

Dal punto di vista personale e professionale si è rivelata la scelta migliore che potessi fare. da qui in 40 minuti sono a Padova. Quando stavo a Milano il martedi’ e venerdi’ sera in 40 minuti stavo facendo il giro dell’isolato per trovare parcheggio causa lavaggio strade. Se ho una mattina libera in un’ora sono sulle piste da sci. A Milano con ogni probabilità in un’ora mi sarei trovata giusto intombata in tangenziale. Mi pesa infinitamente meno farmi 300 km per andare a Milano quando mi serve e vivere in un posto in cui i miei vicini di casa sanno chi sono. Oltre al fatto che gli stipendi sono esattamente gli stessi, ma affitti e costo della vita sono il doppio. O forse semplicemente dopo 10 anni ne avevo abbastanza. Peraltro non è detto che Bassano sia la scelta definitiva… semplicemente ho troppo poco tempo per sprecarlo a vivere in un posto in cui non mi trovo bene e lamentarmene: se non mi piace, mi sposto.

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10 commenti for Intervista a Sara Lando

Sara Lando » Blog Archive » hasselblad h3d vs bruko | 20 gennaio 2010 at 20:51

[...] si è messo in testa di intervistare qui e li’ dei fotografi per togliersi delle curiosità. Qui c’e’ quello che ha chiesto a [...]

Insane Soul | 23 gennaio 2010 at 19:33

Grazie al proprietario del blog per questa splendida intervista. Sono uno di quelli che sostengono che da Sara si può imparare anche ascoltandola. Peccato che non la conosco di persona.

Grazie, Stefano.

Author comment by Lawrence | 23 gennaio 2010 at 19:36

@InsaneSoul: sono della tua stessa opinione. Grazie della visita!

Insane Soul | 24 gennaio 2010 at 19:56

@Lawrence se fai interviste così, sarè la prima di una lunghissima serie. Anche se rimarrò silente. :)

Author comment by Lawrence | 24 gennaio 2010 at 20:06

@InsaneSoul: è la seconda a dire il vero ;-) http://neropercaso.it/intervis.....frazzetta/

Insane Soul | 24 gennaio 2010 at 20:23

La stavo già leggendo mentre scrivevi il commento. :D

A proposito, nel frattempo mi sono permesso di aggiungerti come contatto su flickr. Che magari se ripasso a milano, prima o poi lo mutiamo in amico. :)

Insane Soul | 24 gennaio 2010 at 20:24

Inutile dire che anche l’altra mi è piaciuta tantissimo, e non lo dico solo per educazione. Hai scelto proprio bene in entrambi i casi. ;)

Author comment by Lawrence | 24 gennaio 2010 at 20:56

Spero di fare centro anche la prossima volta allora. A presto!

Vincenzo | 12 aprile 2010 at 17:22

Complimenti. Bellissima intervista. Lando è davvero una fotografa eccezionale con un incredibile talento divulgativo.

Vincenzo

Author comment by Lawrence | 12 aprile 2010 at 17:26

Verissimo, e` eccezionale.

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