Ieri sera qualcosa nella mia testa è cambiato, forse ho smesso di viverci all’interno e ho ricominciato a vivere all’esterno. Non che avessi smesso di farlo, ma forse ho ritrovato l’ispirazione per scrivere. O forse avrei fatto meglio a non ritrovarla, chi lo sa.
Ad ogni modo ero al Wasabi a fare l’aperitivo giapponese con due dei miei coinquilini e ho incontrato G., incredibile che si possa incrociare gente casualmente in una città come Milano. Strana metropoli oserei dire.
Ne sono cambiate di cose dal precedente post in cui parlavo di un matrimonio spettacolare ma per una serie di ragioni che non ho ancora identificato c’è un vuoto narrativo pazzesco tra colui che ero quel giorno e colui che son ora mentre scrivo questo post quindi vediamo di ricapitolare un poco.
Per la prima volta in 25 anni sono andato a vivere fuori casa. Tardi per gli standard europei, tardissimo per quelli americani, presto per quelli italiani. O forse normale, non so. La motivazione non sta di certo nell’orologio biologico. Non ho nemmeno litigato con i miei. Ho solo deciso che era arrivato il momento e siccome non avevo una ragione per non farlo e varie ragioni per farlo ho cercato casa, ho spostato la mia roba e sono andato a vivere a Milano.
Vivo con altri 3 coinquilini in una vecchia casa piuttosto grande: N., web community manager, cantante e fan dei Placebo; C., architetto e S., restauratrice. Due maschi e due femmine, per mantenere un certo equilibrio.
Per ora la convivenza funziona. All’inizio era tutto strano perché mi sembrava di essere in una specie di dormitorio che non potevo catalogare come mio. Ora la stanza è un po’ piú organica e dopo i vari raid all’Ikea dove ho comprato sedia, letto e orpelli vari è diventata la mia stanza.
Dal giorno del matrimonio sono anche stato a Londra nuovamente per il Future of Web Applications, sono stato a Torino a trovare gli amici conosciuti quest’estate a Londra e ho esplorato un po’ Milano da abitante e non da pendolare.
C’è una bella differenza nello svegliarsi alle 8, rispetto che alle 6.30.
Il post si chiama Changes perché Tupac Shakur nella canzone intitolata Changes (metà anni novanta) ad un certo punto dice:
And although it seems heaven sent we ain’t ready, to see a black president
e a quanto pare gli americani ora sono pronti.
Quindi si cambia. Dentro, fuori e intorno a me.
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Gianmario Seregni















