Nero per caso | Il mio flusso di coscienza

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mar/10

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Primo Marzo 2010

Il primo marzo 2010 ho scioperato. Non l’avevo mai fatto ma come si dice “c’è sempre una prima volta”. Lo sciopero e la conclusiva manifestazione sono stati un pacifico tentativo di far capire l’importanza dell’immigrazione regolare nel tessuto produttivo dell’Italia e nella sua società. Un modo per far sentire la voce di persone non rappresentate da alcuno.

Ecco qualche immagine della manifestazione:

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Quello che segue è il pazzo risultato di un esercizio molto bello fatto al corso di fotografia. Mi è stata data una rivista a caso, mi sono stati dati 4 minuti per scegliere 10 foto e successivamente altri 20 minuti per collegarle in una storia, un mini reportage. Ecco cosa è uscito dalle mie foto casuali e dalla mia testa.

Un giorno le due gemelle Twix sono comparse sulla Terra.

Gli abitanti non sapevano del loro arrivo ma sapevano che non avrebbe portato nulla di buono. Anche gli Antichi, da millenni nascosti sotto forma di pesci, erano all’erta. Il loro capo, Pisces dal colore blu, manifestava la necessità di trovare una soluzione per eliminare le gemelle Twix.

Le gemelle avevano il potere di scatenare gli istinti violenti negli uomini. Per ottenere il loro scopo si trasformarono in due creature, una rossa e una verde. I colori non erano affatto casuali. Avevano bisogno di Pisces, il canale blu, per condizionare gli uomini.

Ebbero successo, e fu così che guerre incominciarono e partite di basket degenerarono dal fair play alla violenza.

Il resto non è dato sapere perché Aeron, colui che tutto legge e tutto sistema, si è messo davanti ad una finestra con il libro del mondo, bruciando il bianco e quindi gli altri 3 colori.

Alla fine Pyra, creatice di ogni universo, annoiata dalle sintesi additive si accese una sigarette e con l’ultimo tiro, il mondo finì.

Purtroppo non ho modo di mostrare le fotografie ma erano (nell’ordine in cui le ho disposte io): una foto a due gemelle, una foto di un paesaggio terreno, una donna giapponese che guarda verso il cielo, un pesce tropicale blu, una creatura fantastica di colore rosso, una creatura simile di colore verde, la foto di un soldato ferito in guerra, la foto di un alterco durante una partita di basket, un uomo che legge un libro irradiato dalla luce bianca proveniente dalla finestra alle sue spalle, una pittrice annoiata che si fuma una sigaretta.

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Presentazione (scritta da me): Sara Lando è una fotografa professionista con un notevole talento creativo. Io la definirei una esperta osservatrice con una dose di empatia, cosa che si nota osservando bene le sue fotografie. Ha un blog – www.saralando.com/blog/ – che è una miniera d’oro di consigli. Nel 2009 ha vinto importanti premi tra cui un paio dedicati alla postproduzione digitale e alla ricerca creativa – www.saralando.com/blog/?p=290. La sua personalità è notevole e la sua umanità parte integrante del suo lavoro, ve ne accorgerete leggendo. In questa intervista Sara tocca anche il tema di come internet possa essere determinante nella professione fotografo e l’annosa questione delle licenze delle fotografie. Trovate i suoi lavori su www.saralando.com/ mentre il suo account flickr è questo: http://www.flickr.com/photos/rent-a-moose

INTERVISTA

1) Chi è Sara Lando, perché fotografi?

È una domanda un po’ complessa. Al di là del problema dell’identità che non è così banale da risolvere, almeno non per me, credo di essere una normalissima trentenne con un lavoro, una famiglia e una quantità di piccole ossessioni. Sul cosa mi spinga a fotografare… da quando ne ho fatto un lavoro le cose si sono complicate un po’. Da un lato c’è un discorso professionale: fotografo perché è quello che mi mette il cibo in tavola e perché se prendo un impegno con un cliente lo porto a termine, anche se quel giorno preferirei magari stare a letto a guardare serie TV mentre mangio noccioline. Dall’altro continua comunque ad essere una cosa che faccio perché ho delle immagini dentro la testa e se le lascio lì marciscono e se marciscono non sto bene. È come soffiarsi il naso o grattarsi. Dopo che l’hai fatto stai meglio.

2) Quali sono le cose che più adori nel poter fotografare le persone?

Quando fotografi qualcuno per diverse ore di seguito, soprattutto quando questo qualcuno non fa il modello di professione, si viene a creare un legame strano. Probabilmente deriva dal fatto di non sapere come comportarsi o succede perché improvvisamente chi sta davanti all’obiettivo decide di mettersi nelle mani del fotografo senza poter controllare quello che succede, ed è un salto di fede non da poco. È come essere un prete o uno psicologo. Non so se capiti a tutti quelli che fanno foto, ma spesso nel corso di un servizio fotografico vengo a sapere dettagli della vita di una persona che sono davvero intimi. Il fatto che qualcuno si fidi di me abbastanza da mettermi al corrente di parti della propria vita che considera preziose è una cosa molto bella. E adoro il momento in cui consegno le immagini finite e persone che odiano la propria immagine fotografica si vedono con i miei occhi e si riconoscono, ma allo stesso tempo si accorgono che possono essere belle o espressive o interessanti. La fotografia ha aiutato me per prima a scendere a patti con un corpo non perfetto, mi piace quando succede anche a persone che fotografo.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono) ?

Ci sono un sacco di difficoltà, come in tutti i lavori. Possono essere difficoltà tecniche, organizzare uno shooting richiede spesso un lavoro di regia non indifferente o attrezzature particolari, oppure difficoltà di altro tipo: a volte capita che la persona che si trova di fronte alla macchina fotografica sia terrorizzata, oppure che sia completamente diversa da quella che mi aspettavo (ci sono state persone che quando ho chiesto delle foto di riferimento mi hanno mandato scatti di 5 anni prima, in cui erano completamente diverse). Però è importante ricordarsi che alla fine della giornata non interessa a nessuno: se non c’è la foto è solo un problema mio. Per cui bisogna essere pronti a passare sempre al piano B, C, D o E.

Oppure capita che non sia al massimo della forma io. Ci sono giorni in cui mi sono presentata sul set con la febbre e drogata di paracetamolo, perché non è un lavoro in cui ci si può semplicemente dare malati. Mi è capitato di alzarmi alle 3 del mattino per guidare 4 ore, scattare per altre 10 e poi dormire in una piazzola di sosta per due ore prima di riguidare fino a casa. Non è un tipo di percorso professionale che consiglierei a chi ha bisogno di dormire 8 ore per notte e mangiare ad orari fissi.

E poi ovviamente mi trovo a dover far fronte a tutte le difficoltà standard di chi lavora in proprio in Italia: tasse da pagare, clienti che pagano a 90-120-300 giorni, nessun tipo di garanzia. Questo mese lavoro, il prossimo non lo so. Nonostante tutto non tornerei a lavorare come dipendente, non fa per me.

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

Probabilmente la serie di alice. È stata scattata in un periodo in cui facevo pochissime foto e non stavo bene. Mi stavo scontrando con il prezzo emotivo che si paga scendendo a compromessi con le promesse che si fanno a se stessi mentre si cresce. Uno dei forum che frequentavo (che metteva assieme illustratori, pittori, fumettari, artisti digitali e fotografi) aveva questi piccoli concorsi a tema, che erano un’ottima scusa per fare qualcosa di nuovo nei periodi in cui c’è meno ispirazione. Il tema era “Alice nel Paese delle Meraviglie”. La serie è una serie di scatti di quello che succede al paese delle meraviglie dopo che Alice è diventata adulta: il brucaliffo è infilzato in una teca, le carte di cuori sono diventate denari, Humpty Dumpty si è suicidato saltando in un tegamino… in ogni immagine c’è l’immagine precedente (per mantenere la struttura ciclica del libro, e richiamare la maratonda) e di fianco una serie di testi in cui descrivo episodi in cui io sono scesa a compromessi, crescendo. Le prime lettere delle parti scritte compongono la parola “ALICE”.

È stato come rimettermi in moto dopo un lungo periodo in cui avevo smesso di fare cose che parlassero di me. È forse l’autoritratto a cui sono più legata, e con il tempo mi sono accorta che i miei autoritratti più riusciti sono quelli in cui io non sono nell’inquadratura.

5) Guardando il tuo portfolio la prima cosa che mi viene in mente è la parola creatività. Sembra che tu ne abbia una risorsa illimitata, qual è il tuo segreto?

In realtà non riesco a vedermi come una persona particolarmente creativa. Sicuramente non baso le mie foto principalmente sulla tecnica (e questo spesso è dolorosamente evidente), ma la verità è che molto spesso l’immagine finale è semplicemente il frutto di una serie di coincidenze o scelte improvvise fatte mentre scatto delle foto. Magari parto con un’idea in testa, poi succede qualcosa (può essere una frase detta dalla modella, la musica che si ascolta, un oggetto che attira la mia attenzione) e lo shooting prende una direzione completamente diversa. È come avere un grosso sasso e trovarsi in cima a una salita. Per portarlo dal punto A (sulla cima) al punto B (in fondo) si può controllarlo con molta attenzione e fargli fare un percorso prestabilito e limitato da binari e mantenere la velocità costante e portarlo sano e salvo in fondo. È quello che faccio quando ho un cliente da accontentare, in genere. Se si tratta di foto scattate per me, tiro un calcio alla pietra nella direzione generale che mi interessa e lascio che la gravità faccia il resto. A quel punto si muove da sola e ho imparato che se cercassi di riportarla sui binari farei una fatica enorme e probabilmente fallirei miseramente. Per cui mi limito a correre più veloce che posso, prendendola a spallate se devia troppo dalla direzione che mi interessa e spostando da davanti quello che potrebbe essere distrutto.

Spesso le idee per uno shooting mi vengono da quello che sogno di notte: ho una vita onirica vividissima. Oppure sono immagini che mi passano per la testa mentre aspetto alla fermata del treno e che scrivo al volo nel mio moleskine. Guidare per delle ore è un’altra di quelle cose che mette in moto le rotelle, per cui tengo in macchina un registratore portatile. Sicuramente sono influenzata dai film che guardo, dai libri che leggo, dalle persone che frequento e dalle storie che ascolto. È una specie di furto di tutto quello che mi capita attorno.

La quinta regola di Jim Jarmush è una delle cose migliori che siano mai state scritte a riguardo:

Nothing is original. Steal from anywhere that resonates with inspiration or fuels your imagination. Devour old films, new films, music, books, paintings, photographs, poems, dreams, random conversations, architecture, bridges, street signs, trees, clouds, bodies of water, light and shadows. Select only things to steal from that speak directly to your soul. If you do this, your work (and theft) will be authentic. Authenticity is invaluable; originality is nonexistent. And don’t bother concealing your thievery—celebrate it if you feel like it. In any case, always remember what Jean-Luc Godard said: “It’s not where you take things from—it’s where you take them to.”

6) La tua presenza sul web è notevole, il tuo blog è tra le mie letture preferite e la serie "ghettofotografia" è utilissima. Come è nato il blog e quanto è importante per te condividere ciò che hai appreso diventando una fotografa?

Avevo un blog molto prima di diventare una fotografa: ho aperto il primo livejournal nel 1999 e lo usavo per leggere i diari online di una ventina di persone sparse in giro per il mondo. Poi già che c’ero ho cominciato a scriverci. Poi già che c’ero quando ho cominciato a fare foto le ho messe li’. Se sono diventata una fotografa (già che c’ero…) lo devo in grossa parte al fatto che ci sono state delle persone lungo il percorso, su Internet, che mi hanno aiutato a migliorarmi, che mi hanno spiegato come fare, che mi hanno incoraggiato anche quando le foto facevano seriamente cagare. È un tipo di debito che non si paga direttamente alle persone che ci hanno aiutato: ci si limita a fare la stessa cosa per chi viene dopo. Peraltro io stessa sono ancora nella fase in cui continuo a imparare cose nuove che rendono obsolete quelle che so adesso: ogni volta che metto online il mio modo di fare qualcosa, ci sono persone che contribuiscono aggiungendo dei pezzi che non conoscevo e dandomi delle nuove direzioni in cui esplorare. La fotografia non è una specie di arte magica segreta che bisogna tenere per sé: una macchina in automatico fa foto migliori di me. È lo stesso motivo per cui quello che metto su Internet è sotto licenza CC (Creative Commons, ndr). Faccio davvero fatica a capire l’ossessione della gente nei confronti delle proprie foto e delle proprie tecniche: peraltro se anche Michelangelo mi spiegasse come fa a dipingere, non significa che io sarei capace di farlo. Ma se Michelangelo perdesse tempo a spiegarmi come si fa qualcosa e poi avesse bisogno di una mano, sarei molto meglio disposta ad aiutarlo per quanto posso. Ed è quello che succede a me, che pure non sono Michelangelo: dal mettere online quattro tutorial ho ricevuto molto più di quello che ho dato.

Questo ovviamente compatibilmente con il mio tempo libero e le mie possibilità: il fatto che sia disponibile a spiegare quello che so non significa che mi senta in dovere di rispondere alle richieste di chiunque mi scriva chiedendomi di spiegargli cose che si trovano in 20 secondi con una ricerca su google.

7) Nel 2009 hai vinto un paio di importanti premi che sottolineano il tuo percorso creativo e la tua eccellente postproduzione. Ne vuoi parlare?

Devo premettere che non sono una grossa fan dei concorsi. Spesso finiscono per essere delle occasioni per farsi il fegato marcio al grido di “eh non ho vinto io perché è tutto un magna magna”, quando di solito semplicemente le proprie foto non sono buone abbastanza. I principi secondo cui decido di partecipare o meno a un concorso sono probabilmente un po’ cretini, però se c’è qualcuno nella giuria che vorrei vedesse le mie foto e la quota mi costa meno rispetto a spedire un portfolio a quella persona, partecipo. Se poi va bene, grasso che cola. È successo così con il concorso di blurb ed è stata la stessa cosa per il Premio Fotografico.

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

Ce ne sono valanghe. Molte delle cose che ha scattato Diane Arbus, la foto di Francesca Woodman in cui lei è seduta su una sedia e il pavimento è cosparso di farina. Certi scatti di Witkin, la foto di Wee Gee con il bambino che indossa l’elmetto con la scritta “Space Patrol”, molte delle foto di Sally Mann. Alcuni dei ritratti di Avedon, la serie di cappuccetto rosso scattata da Sarah Moon, il ritratto di Sir John Herschel scattato da Julia Margaret Cameron…. ho scaffali e cartelle pieni di foto che vorrei aver scattato io.

9) Tra i tuoi colleghi viventi invece, chi ammiri di più?

Anche qui sono parecchi. Restringendo il campo ai primi che mi vengono in mente, direi Ryan McGinley, Joey Lawrence (è un marmocchio e fa delle foto assurdamente belle), Chema Madoz, Bill Durgin, Eric Ray Davidson, Hedi Slimane, Anna Ritskhe, Rodney Smith, Chadwick Tyler, Nadav Kander, Marco Craig, Paul Rowland, Tim Walker, Paolo Roversi, Caryn Drexl, e un sacco di altra gente, tra cui persone che non fanno i fotografi di professione e magari hanno solo un account su Flickr.

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Al momento uso una Canon 5D mark II, che è il migliore compromesso tra qualità/roba che mi posso permettere e dimensioni/leggerezza. Ho le braccia di un bambino di 4 anni, dopo un po’ che tengo in mano una macchina fotografica ne risento. E ci sono giorni in cui scatto anche per 10 ore a mano libera. Uso quasi solo focali fisse, o il 24-70 f2.8. Ma in genere preferisco lo zoom “a piedi”. Non vado mai oltre i 100 di focale, perché odio stare a chilometri dai miei soggetti. Probabilmente la lente che uso di più è l’85mm 1.8. Però non sono particolarmente legata all’attrezzatura: spesso uso le lenti di plastica della Diana, o scatto con macchine giocattolo o con l’iphone. Se la Chicco facesse una macchina che funziona abbastanza bene per quello che ho in mente, non avrei problemi ad usarla.

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo della fotografia o, ancora meglio, seguire le tue orme?

Eviterei di seguire le mie orme: io sono ancora agli inizi e prendere me come modello vuol dire soprattutto puntare basso. Per chi vuole fare fotografia i consigli non sono nemmeno poi molti, il che non vuol dire che siano semplici da seguire: prendere una macchina fotografica, imparare a conoscerla come le proprie tasche, saldarla chirurgicamente alla propria persona e scattare. Tanto. Sempre. Perché nella fotografia conta davvero poco quanti libri di teoria, corsi, master, workshop uno si mette a fare: la teoria base per fare foto corrette si impara in un pomeriggio se si è molto stupidi, in un’ora e mezzo se si è più svegli. Tutto il resto lo fanno gli strati di foto, di tentativi, di errori, di orrori, che ci si trova a fare mentre si cerca di ottenere qualcosa di decente. Peraltro gli errori sono il modo più rapido per imparare. Se si sbaglia poco, probabilmente non si sta facendo niente di interessante. E poi guardare quante più foto belle possibile. Andare a vedere le mostre, passare i pomeriggi seduti per terra alla Feltrinelli sfogliando libri di fotografia troppo costosi per essere comprati, cercare di capire come sono state fatte, da dove arriva la luce, come si relazionano tra loro gli elementi di un’inquadratura. Uno degli esercizi più utili che abbiamo fatto alla RISD è stato quello di prendere la foto di un fotografo famoso e cercare di riprodurla il più possibile uguale. È decisamente utile anche passare meno tempo possibile nelle community di fotografia calcolando il valore di quello che si fa dal numero di favs, “mi piace”, “bravissimo”, “hey vieni a commentare le mie foto cosi’ io ti commento le tue”. Si rischia di perdere oggettività nei confronti del proprio lavoro, verso cui -secondo me- si dovrebbe essere il più possibile spietati.

12) Un’ultima domanda: tu stai a Bassano del Grappa, decisamente una scelta di vita differente rispetto a quella di molti fotografi che si concentrano nei grandi centri abitati. Torneresti mai sui tuoi passi?

Dal punto di vista personale e professionale si è rivelata la scelta migliore che potessi fare. da qui in 40 minuti sono a Padova. Quando stavo a Milano il martedi’ e venerdi’ sera in 40 minuti stavo facendo il giro dell’isolato per trovare parcheggio causa lavaggio strade. Se ho una mattina libera in un’ora sono sulle piste da sci. A Milano con ogni probabilità in un’ora mi sarei trovata giusto intombata in tangenziale. Mi pesa infinitamente meno farmi 300 km per andare a Milano quando mi serve e vivere in un posto in cui i miei vicini di casa sanno chi sono. Oltre al fatto che gli stipendi sono esattamente gli stessi, ma affitti e costo della vita sono il doppio. O forse semplicemente dopo 10 anni ne avevo abbastanza. Peraltro non è detto che Bassano sia la scelta definitiva… semplicemente ho troppo poco tempo per sprecarlo a vivere in un posto in cui non mi trovo bene e lamentarmene: se non mi piace, mi sposto.

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Scarpa SupraLe scarpe devono essere belle e comode.

Non metterei mai un paio di scarpe scomode ma belle.

Purtroppo ogni tanto metto scarpe comode ma brutte.

Poco tempo fa ho trovato un paio di scarpe che mi piacciono moltissimo.

Senza farlo apposta sono il paio di scarpe più comode che io abbia mai provato.

Sono talmente comode che probabilmente diventeranno il mio paio preferito, insieme alla marca a cui appartengono.

Le trovate sul sito di Supra.

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gen/10

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Valutazione

Condivido un pensiero che non ha ancora ben preso forma nella mia mente ma su cui vorrei provare a confrontarmi.

Mi capita spesso di essere sottovalutato, lo dico senza falsa modestia dato che è anche colpa mia. Ultimamente però ho provato a domandarmi il perché è così e cosa ci guadagno.

Il pregio di essere sottovalutato è che posso essere valutato per quel che valgo in tempi successivi. Mi rendo conto che questo punto fa un po’ acqua.

Punto primo: la persona che valuta potrebbe non tornare mai più.

Punto secondo: essendo sottovalutato potrebbe accadere che io “mi sieda”.

Prima di spiegare nel dettaglio il secondo punto provo a vedere gli altri due casi: corretta valutazione e sopravvalutazione.

Nel caso di una corretta valutazione entrambe le parti sono felici.

Nel caso di una valutazione sopra la soglia reale si possono scatenare più meccanismi: chi mi valuta una volta realizzato il suo errore può pensare che io sia scarso, abbassando poi la sua percezione a qualcosa di ulteriormente inferiore per cui io risulterei meno “interessante” della realtà. Io invece potrei “montarmi la testa” e poi peccare di superbia o pretendere di avere qualcosa in virtù del mio stato (ancora peggio).

Sempre che anche in questo caso l’osservatore torni.

Questo è il caso peggiore, passo al successivo.

Nel caso di corretta valutazione invece il virtuosismo può nascere: chi mi valuta è soddisfatto della sua stima e io sono soddisfatto della valutazione ricevuta perché la sento mia.

Torno alla sottovalutazione: il virtuosismo si avvera solo nel caso in cui io so di avere le carte per poter cambiare, alle seguenti osservazioni, l’opinione dell’altro migliorando il “rapporto segnale rumore”. Quando prima facevo uso dell’espressione “che io mi sieda” intendevo dire che potrei eventualmente accontentarmi anche sapendo di valere un po’ di più.

Direi che anche nel caso di sottovalutazione il gioco non vale la candela.

Tutta questa purea di parole per dire: non vale la pena farsi sopravvalutare perché è dannoso, non vale la pena farsi sottovalutare perché in molti casi non è virtuoso. La cosa migliore che si può fare è mostrarsi per quel che si vale, nella speranza di poter sfidare sé stessi a migliorare nel tempo.

Ci proverò, altra cosa da migliorare negli anni a venire :-)

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gen/10

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Genesi

Questo blog si basa su una verità incompleta. Non so perché io sia andato avanti tanti anni senza raccontare ciò che sto per dire di seguito, forse perché ritenevo il tutto una coincidenza ma oggi sono incappato in una discussione che mi ha fatto ripensare alla genesi di questo blog e ho capito che forse tanto una coincidenza non era.

Nel 2006 partecipai al primo barcamp italiano, prima che i barcamp diventassero anche una moda. Fu un evento che ricorderò sempre con piacere, non conoscevo nessuno, solo qualche geek.

Fu lì che entrai in contatto con la “blogosfera italiana”. Sono su internet da anni, tanti. Vivevo su IRC, su USENET, navigando tra siti di informatica e di informazione. Avevo un blog ai tempi ma ci scrivevo in inglese e parlavo (parlo, perché esiste ancora) di programmazione, di tecnologia.

Sul badge al barcamp c’era solo il mio nome e il mio cognome, niente blog, niente di niente. Mi sentivo un po’ spaesato.

Fu Mafe con il suo semplice “perché non ne apri uno?” ad accendere in me una lampadina.

È una persona che ancora oggi stimo molto. Non la conosco, so pochissimo della sua vita (dopo tutti questi anni mi fa ancora strano sbirciare le vite private di persone con cui non ho rapporti diretti in carne e ossa) ma so che è una persona che quando parla ci mette della sostanza, non solo delle parole. Mi mette quasi in soggezione :-)

Oggi un’altra sua “uscita” mi ha fatto pensare, chissà magari in futuro ci saranno sorprese nella mia identità digitale, più apertura forse. Indipendentemente dal mezzo, indipendentemente dal social network che sarà di moda quest’anno o il seguente.

È singolare, forse incomprensibile per una persona che non conosce i meccanismi della vita online e dei social network, ma quando parla Mafe io ascolto e nella maggior parte delle volte imparo.

Ora la mia identità digitale è un po’ cambiata e i social network mi hanno permesso di conoscere tante persone splendide.

Grazie Mafe, grazie di cuore.

gen/10

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duemiladieci

Ho deciso di non scrivere una retrospettiva sul 2009 né di scrivere i miei “propositi” per il nuovo anno. Le retrospettive e i propositi contano per l’io, ma l’io è soltanto un insieme limitato rispetto a tutto ciò che mi accade intorno. Il 2009 è stato un anno positivo, il 2010 lo sarà anche di più ma vorrei che il mio percorso di crescita personale, di scoperta di nuove cose, di nuove esperienze e di cose fatte sia anche parte di qualcosa che non benefici solo me stesso.

Vorrei che le mie qualità possano essere utili non solo belle, è attraverso chi mi sta intorno che scoprirò qual è il reale valore di ciò che possiedo.

Dodici mesi sono troppo importanti da ridurre in un elenco a punti di fatti e narrazioni. Dodici mesi sono troppi per giocarmeli tutti il primo giorno con una serie di cose che vorrei fare o sognanti aspirazioni. Le terrò sempre ben presente comunque.

Sono felice.

Gli amici nuovi li sto pian piano scoprendo come pian piano sto scoprendo quello che sono in grado di fare e dare.

Forse dare è la parola chiave. L’unico modo per spostare il punto nevralgico da me a chi mi è vicino è quello di portare a termine obiettivi restituendo qualcosa nel processo.

La vita è troppo breve per guardarsi indietro dopo ogni passo ma è anche troppo lunga per essere pianificata. Un passo alla volta, forse è questo il banale segreto.

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Il miglior periodo dell’anno è appena finito. Ognuno ha il suo, magari ogni volta che ne trova uno più bello lo cambia, ma per me questo è il miglior periodo dell’anno.

Non il solito natale cliché… non che non mi piaccia passare il natale con la mia famiglia, ma non è del 25 dicembre che volevo parlare.

Parlo della notte prima. Quì non è tradizione fare il cenone il 24 per cui è una serata autogestita.

Il bello della sera del 24 sono le persone. Ora mi spiego. La mia serata è cominciata più o meno così: ci si ritrova alle 19.30 al Gianni & Mery, il bar storico per chi vuole bere tanto spendendo poco. Dopo si va a mangiare la pizza al Bar Sport. Una pizza di dimensioni sovraumane, circa il doppio di una normale. Fa abbastanza schifo, anzi fa ufficialmente schifo ma per tradizione ormai andiamo sempre lì e mai capirò perché ma va bene così.

Dopo la pizza che ci mette K.O. in genere si va in piazza che la Crocerossa distribuisce il Vin Brulé (sì avete letto bene :-D ), peccato che quest’anno non ci fosse :-( Nonostante ciò abbiamo passato il tempo a congelarci e a camminare per stradine del centro avanti e indietro.

Bella introduzione ok, ma manca il fattore più importante, le persone dietro il “ci”. Perché son quelle che rendono la tradizione magnifica, una di quelle cose che se potessi non perderei mai. È l’unica occasione per vedere nello stesso posto un po’ tutta la gioventù del paesello. Chi viene da San Francisco, chi da New York, chi da Londra, Parigi, o semplicemente da Milano come chi nel paesello ancora ci vive. Ma questo non importa, importa che la gente si fa tutta quella strada per esserci, per scambiarsi abbracci, per bere in compagnia, per ridere a crepapelle, per congelarsi atrocemente aspettando questo o quella che ancora non sono arrivati.

Alla fine si va tutti al Pub. Metto la P maiuscola perché non ha bisogno del nome che c’è scritto dell’insegna, chiunque della zona sa quale e dove è “il Pub”. E lì ancora moltitudini a sorridere, a chiacchierare davanti ad una birra, a far foto, a riscaldarsi corpo e anima, a scambiarsi regali.

Adoro il 24 sera perché posso vedere tutte quelle persone che vorrei volentieri poter vedere ogni giorno dell’anno e anche quelle che magari no, però è bello comunque così perché sono persone che conosci da tutta la vita, di vista o per davvero e a volte hai solo questo giorno per sapere cosa fanno, chi sono, cosa vogliono e cosa pensano.

Il 24 dicembre è il miglior periodo dell’anno.

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dic/09

10

Non me lo spiego

Che la mia band preferita siano i Coldplay lo sanno tutti. Lo sanno i miei dato che gliela meno da anni, lo sanno i miei colleghi per lo stesso motivo. Lo sanno i miei coinquilini perché ho un loro poster in camera e perché mi hanno rotto la tazza che ho preso al concerto, quei fetenti :D

Non tutti invece sanno che c’è stato un tempo in cui mi dilettavo nel canto (non puoi crescere con Musiq Soulchild e Marvin Gaye nelle orecchie e non aver voglia di cantare) e tra le mie mille peripezie mi è anche capitato di avere un gruppettino che ha avuto vita breve (troppo cazzari). Ok, ho anche cantato al meeting internazionale dell’azienda ma questo è materiale per un altro post :D

Dicevo: avevo un gruppo e passavamo da Bitter End dei Placebo a cose come Comfortably Numb dei Pink Floyd ai Coldplay appunto. Io ovviamente avrei preferito infilarci dentro anche tutt’altro nel repertorio ma andiamo avanti…

Oggi mentre mi riempivo la pancia di cibo giapponese è partita Yellow, quella strafottutissima canzone che mi fa sempre venire i brividi.

Sarei un uomo spento senza la mia band preferita, senza tutta la musica. Lo saremmo tutti. Spenti, morti e marci dentro, con capacità di comunicare mozzate. Non mi spiegherei altrimenti come tre accordi possano arrivarti in faccia come il vento a trecento all’ora per poi sollevarti letteralmente la pelle, mentre tu sei lì ad armeggiare con le bacchette al ristorante cercando di afferrare il tuo beef teriyaki.

Non me lo spiego.

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Rationale: ho provato a fare un’intervista ad un fotografo professionista che ha gentilmente sopportato le mie domande. Credo che sia utilissimo in questo gruppo l’apporto di gente che con la fotografia ci lavora (in qualunque ruolo) per cui spero con questa intervista di cominciare un lungo ciclo di contatti con il mondo reale.

Presentazione (scritta da me): Andrea Frazzetta e` un fotografo libero professionista di reportage che ha la fortuna di lavorare in tutto il mondo. Fa (faceva data la chiusura dela stessa) parte del team di collaboratori dell’agenzia Grazia Neri. Ha pubblicato le sue fotografie su importanti testate internazionali, libri e recentemente ha vinto lo Yann Geffroy Award 2009 per il suo lavoro "Obama Village" realizzato nelle terre natie del presidente americano ( vedi www.grazianeri.com/yann.php ). Trovate i suoi lavori e altre informazioni su www.andreafrazzetta.com

INTERVISTA

1) Chi è Andrea Frazzetta, perché fotografi?

Mi sono laureato in architettura e mentre studiavo ho iniziato a fotografare… I professori ci spingevano a girare per le città, ad osservare e vivere gli spazi urbani, e a fotografarli.

La fotografia era un mezzo per capire i luoghi… che però sono fatti soprattutto di persone e dei rapporti fra queste…

Italo Calvino, ne “Le città invisibili”, descrive una città fatta tutta di fili, di diversi colori, che ripercorrono gli spostamenti delle persone e i loro incontri. Un’intreccio di vite e percorsi, un’immagine bellissima…

Insomma l’amore per la fotografia è nato così, come amore per il vagabondaggio, come voglia di stare “fuori” in mezzo alle cose e alla gente, come modo per “andare incontro all’altro”.

Poi col tempo la fotografia è diventata per me, oltre che un mezzo per “raccontare”, uno strumento di scoperta. Scoperta degli altri, ma anche di me stesso. In ogni fotografia c’è un piccolo furto ma anche un contraccolpo, un tuo coinvolgimento diretto in ciò che registri, un tuo punto di vista, la tua presa di (es)posizione nel mondo…

2) Quali sono le caratteristiche che ami nella fotografia di reportage?

La fotografia di reportage è quella che ti costringe a “sporcarti”, a scendere in strada, a stare in mezzo alla vita, come dicevo prima. Non è solo una tecnica, il reportage è ciò che mi interessa di più perchè ti sfida ad applicare un linguaggio raffinato, “un’arte” come la fotografia, per descrivere la realtà e documentare ciò che ti accade intorno. Il suo essere narrazione e testimonianza sono le caratteristiche che amo di più.

3) Quali sono le difficoltà che incontri e gli aspetti negativi (se ci sono)?

Premetto che poter essere un fotoreporter è per me bellissimo… non è solo un lavoro, è la possibilità di affrontare un percorso e una vita che mi interessano soprattutto come persona. Dico ciò perchè solo questa convinzione e questa passione spesso ti permettono di affrontare tutte le difficoltà legate al mestiere. Innanzitutto economiche, ovvero trovarsi spesso con pochi soldi in tasca e con un lavoro sostanzialmente da libero professionista, con tutte le instabilità che ne conseguono. Non è poi facile emergere, capire come proporsi e soprattutto come dare continuità al tuo lavoro e al tuo impegno. Per me è stato fondamentale abbondonare tutto… qualsiasi altra attività pseudo-lavorativa… ho avuto bisogno di immergermi totalmente nella fotografia e nel reportage e di pensare solo a quello, e anche così è passato del tempo prima di poter dire, ok, ci sono, mi mantengo facendo il fotografo…

4) Qual è la fotografia che hai scattato a cui tieni di più? Cosa significa per te?

È veramente difficile individuarne una. Forse sceglierei quella scattata durante uno spettacolo teatrale in Congo, uno spettacolo messo in scena da ex-bambini soldato. È un’immagine fatta dietro le quinte, mentre i bambini si vestono da angeli prima di entrare in scena… me lo ricordo come un momento di poesia e leggerezza assoluta, ero molto commosso mentre la scattavo…

Un’altra immagine a cui sono particolarmente legato, è una fotografia fatta in Algeria. Ero appena arrivato ad Algeri e non mi ero reso conto che era il primo giorno di Ramadan, il primo giorno di digiuno… la città era completamente congelata, silenziosa, tesissima… sembrava che da un momento all’altro sarebbe accaduto il finimondo… poi al tramonto, al canto del muezzin la città si è sciolta… ero sul lungo mare e ho fatto la fotografia di quest’uomo con questa tunica bianca, candida, immerso nella luce del sole, che guarda l’orizzonte azzurro-infinito del mediterraneo….

(ndr. le foto le trovate sul sito)

5) Sei stato in Perù, Colombia, Congo, Burkina Faso, Burundi, Kenya, alle Maldive e in molti altri posti. A quale di queste terre sei rimasto più legato?

Ho iniziato viaggiando in sud-america e sicuramente rimarrò sempre legato a quei luoghi, in cui conservo molti amici… anche perché lì mi sento molto a mio agio, mi sento vicino a quella cultura. D’altra parte i lavori più intensi che ho fatto e che più mi hanno “segnato” sono stati fatti in Africa sub-sahariana… Congo, Burundi, Kenya…

Questo meraviglioso pezzo di Africa è davvero un luogo difficile, incontenibile. E difficile affrontarlo come reporter, e come uomo “straniero”. Quando penso a questi luoghi mi ricordo sempre le parole di un maestro, un grande reporter, Ryszard Kapuscinski, che riguardo ai suoi libri affermava: "non parlo dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitavano e che vi ho incontrato, dei giorni che vi ho trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere, è un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste…"

6) Sono rimasto particolarmente affascinato dal tuo progetto "Il Mare di Mezzo" nel quale racconti attraverso i tuoi occhi il Mediterraneo. Cosa ti ha spinto a realizzare questo reportage? Sbaglio o è un progetto non ancora terminato? Progetti futuri?

“Il mare di Mezzo” è effettivamente un reportage a lungo termine… ci ho lavorato per diversi periodi negli ultimi anni, e spero di continuare nei prossimi… non so se avrà mai davvero una fine! Il progetto nasce dall’esigenza di raccontare un’identità e uno spazio molto complesso… Il Mediterraneo è, per la storia, il più grande canale di comunicazione che sia mai esistito, punto di contatto tra oriente e occidente, culla delle tre religioni monoteiste. Nonostante ciò il Mediterraneo rimane un tema trascurato dalla cultura europea odierna, e per molti rappresenta semplicemente una frontiera da pattugliare per sbarrare il passo ai migranti clandestini…

Insomma l’idea di questo progetto è nata dal desiderio di riflettere sulla mia identità e le mie radici. Sono nato a Lecce in Salento, nel bel mezzo del Mediterraneo, e i miei ricordi sono pregni della luce quei luoghi.

Non cerco però di raccontare questo territorio attraverso i grandi eventi di cui siamo ogni giorno testimoni, ciò che tento di fare è piuttosto una sorta di “diario mediterraneo”, attraverso le immagini. Una narrazione e un’indagine che partono dalla vita e dal quotidiano delle persone comuni.

L’intento è quello di toccare temi essenziali, come il lavoro, il rapporto tra tradizione e modernità, la religione, i giovani, il meticciamento, l’immigrazione, l’ambiente. Quello che vorrei raccontare è insomma l’identità mediterranea, dei molti dei, delle molte lingue e delle molte civiltà, del “mare fra le terre”.

7) Le tue foto sono state pubblicate da importanti testate giornalistiche italiane e internazionali: che effetto ti fa poter trasmettere ciò che vedi a così tante persone?

È cio che mi ripaga di più. Alla fine di tutto l’obiettivo principale è quello di comunicare con gli “altri”, di raccontare. E i giornali rimangono uno dei veicoli principali del fotogiornalismo. Spero che presto anche il web abbia sempre più peso… per la divulgazione della fotografia di qualità e per le storie che le immagini raccontano…

Giornali prestigiosi come il New York Times o il Washington Post stanno già facendo, nella loro versione on-line, cose bellissime con la fotografia; attraverso photogallery e nuovi prodotti multimediali che sfruttano appieno le potenzialità del “digitale”…

8 ) Passiamo a chi ti ha preceduto, quali fotografi ti hanno influenzato maggiormente? Ci sono delle fotografie in particolare che avresti voluto scattare tu?

9) Tra i tuoi colleghi invece?

Sono molti i fotografi che mi hanno influenzato e a cui ho sempre “guardato” nel corso del mio avvicinamento alla fotografia. Sicuramente i grandi reporter dell’agenzia Magnum, e sicuramente Robert Frank ("The Americans" è un libro che tutti i fotografi dovrebbero conoscere…). Poi è stata altrettanto importante e folgorante la scoperta di Mario Giacomelli, uno dei pochi in grado di fotografare l’invisibile, i pensieri, la poesia.

Ora sono ancora molti i fotografi che per vari motivi osservo e ammiro, mi vengono in mente Paolo Pellegrin, Alec Soth. Pep Bonet, Tim Hetherington…

Poi mi interessano molto anche gli altri linguaggi espressivi, il cinema, la letteratura, e penso che questo sia fondamentale per un fotografo…

10) Passiamo alla tecnica: quale equipaggiamento usi? Qual è la tua lente preferita?

Ho iniziato con pellicola e medioformato (6×6) che mi piace ancora molto. Ora utilizzo principalmente macchine digitali, soprattutto canon (5D). Il mio obiettivo preferito è in assoluto il 28 mm, mi obbliga a stare vicino ai miei soggetti, e poi è leggero e non dà nell’occhio… Utilizzo molto anche il 24mm F1,4…

11) Consigli e raccomandazioni per chi vorrebbe avventurarsi nel mondo del foto reportage?

Fare vedere i propri lavori agli “esperti” di questo settore… fotoeditor dei giornali e agenzie, anche e soprattutto all’estero… e fare tesoro delle inesorabili critiche che si riceveranno… Confrontarsi e dialogare con gli altri fotografi, essere curiosi e guardare più fotografie, libri e mostre possibili…

Parlare con i giornali e i fotoeditor per capire che progetti affrontare… è inutile e poco producente insistere su temi “coperti” da decine di fotografi che da anni fanno un lavoro eccezionale…

Poi, per chiudere con un’altra citazione, farei ricorso alle parole di Josef Koudelka, che a chi gli chiedeva tre consigli per i giovani fotoreporter, rispondeva: “1: Camminare, 2: Camminare, 3: Camminare…”

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