Nero per caso | Il mio flusso di coscienza

ago/10

9

Foto gialle

Cosa

Avete presente quelle foto fatte dalle compatte o dalle reflex che però hanno tutte un colore giallo/arancio? Ecco. Son quelle foto in cui sembra che tutti (compresi i mobili e gli altri oggetti inanimati) abbiano l’epatite. Non è bello far sembrare la gente sorridente un po’ malata. Siccome non è giusto che mi lamenti senza spiegare come evitare il problema a posteriori, ho provato a fare un mini tutorial su come togliere il giallo dalla foto in maniera semplice. Alla fine del post cerco di spiegare perché le foto (di solito scattate durante una cena al ristorante) escono gialle e come evitare, in anticipo, che questo accada.

Come

Partiamo dalla foto “gialla” (uso una foto che ho trovato nel mio hard disk, per non offendere nessuno):

foto gialla

Questo è il risultato finale di una foto dove gli oggetti hanno il colore più realistico possibile:

foto finale

Photoshop (con un file JPEG): dal menù immagine (Image) selezionate i livelli (oppure con Ctrl+L, Mela+L) e vi compare la seguente finestrella:

Selezionate la pipetta indicata dalla freccia a sinistra (la pipetta colorata di nero) e cliccate sulla parte più scura dell’immagine (preferibilmente qualcosa di nero al 100%). Selezionate la pipetta bianca e cliccate sulla parte bianca della vostra immagine (anche qui meglio se bianco al 100%). Il risultato sarà verosimilmente la nostra foto finale di cui sopra.

Photoshop (con un RAW aperto da Camera RAW):  premete I (i di imola non la elle) e cliccate su un punto bianco (oppure nero) della vostra immagine. Anche qui vale la stessa regola di prima: meglio un punto totalmente bianco o totalmente nero.

Gimp: dal menù Colors (Colori?) selezionate Levels, il resto è come con Photoshop

iPhoto: dopo aver aperto/importato l’immagine gialla selezionate il bottone Edit, poi il bottone Adjust. Regolate Temperature e Tint finché non vi sembra di ottenere una tonalità naturale

Immagino che la procedura sia simile anche per altri programmi a cui però non ho accesso. Confido nelle vostre risorse.

Perché

Premessa: lascio da parte la fisica e le teorie sul colore. Quando scattate una foto non fate altro che catturare della luce diretta o che viene riflessa dagli oggetti circostanti. Questa luce attraversa il diaframma della macchina fotografica per essere memorizzata dal sensore (o dalla pellicola). Essa ha un colore (o più di uno nel caso di sorgenti di luci diverse) anche se appare bianca all’occhio umano (in breve: perché è una combinazione RGB). Il colore, banalmente, si misura in temperatura colore (usando i gradi Kelvin): più è alta la temperatura colore più il colore è freddo. Riformulo: i colori freddi (verso il blu) hanno altissima temperatura, quelli caldi hanno una temperatura bassa (verso il rosso). La temperatura di base a cui sono impostate le reflex digitali (di solito) è 5500 °K (la luce del giorno, cercate “daylight” nel manuale o nelle impostazioni). La temperatura delle lampadine al tungsteno è di 3200 °K circa. Quello che nelle reflex è indicato come “bilanciamento del bianco” (white balance) non è altro che la regolazione di questa temperatura in base alla luce dominante della scena che state fotografando. Ora ci sono tutti gli elementi per capire il perché delle foto gialle.

Conclusione

Fate attenzione all’impostazione del bilanciamento del bianco della vostra fotocamera in base alla luce dell’ambiente. Se scattate in RAW potete facilmente correggere l’eventuale “errore” di bilanciamento a posteriori.

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lug/10

29

Imago vitae

Firmo il retro di due foto mentre ascolto la colonna sonora di “In the mood for love” di Wong Kar-Wai. Nat “King” Cole con Te Quiero Dijiste scorre dentro di me. A me Kar-Wai sta già simpatico, come può non star simpatico uno che si chiama Wong Kar-Wai e crea una tale perla di film?

Confucio diceva “Chi parla senza modestia troverà difficile rendere buone le proprie parole”. Io, senza falsa modestia, dico che in questo momento mi sento fortunato perché sono sicuro di aver realizzato qualcosa di buono. Una persona, che ringrazierò per l’eternità, mi ha chiesto di acquistare due mie foto. Questo bel gesto mi ha fatto ricordare nuovamente quanto sia bella la fotografia perché mi ha permesso di sedermi sulla mia scrivania di vetro illuminata dalla luce della lampada da tavolo, prendere in mano una penna e scrivere lentamente il mio nome in corsivo sul retro di due pezzettini di ricordi. Kafka aveva ragione a dire che si fotografa per allontanare immagini dalla propria mente. Per poterle avere sempre davanti agli occhi, aggiungo io.

Grazie E.

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giu/10

16

Olaf, Stern

Non so mai come cominciare i post per cui questo evito di iniziarlo. Facciamo finta che questo post sia già cominciato e che io sia già a metà dell’opera perché chi è a metà dell’opera è a buon punto, no?

Quel che volevo dire è che oggi, dopo una tranquilla giornata in ufficio, sono corso a vedere una mostra (due mostre nello stesso posto a dire il vero). La mostra è una mostra di fotografia, di quelle in cui vai e vedi delle magnifiche foto appese e torni a casa e sei migliore di prima perché tanto lo sai che le immagini cambiano la tua vita ogni santo giorno. Le foto appese lì a questa mostra erano decisamente di questo tipo. Le guardi, ti fermi davanti e non sei più lo stesso. Non che sei una persona diversa, sei solo un po’ più ricco, ricco dentro, che non è mai una brutta cosa.

La prima mostra è di Erwin Olaf, ripeto: E R W I N O L A F. So già che qualcuno starà dicendo << e chi è? >>. Io dico che non importa chi è, importa che quando vedi queste foto stampate su una parete non sei più lo stesso, perché Olaf è uno che ha capito come si fa a trasmettere il proprio modo di vedere con la fotografia e lo fa deponendo pezzettini della sua testa nelle sue creazioni. Io le considero opere d’arte, non mi interessano i formalismi. Questa è arte, punto. Le serie Dusk, Dawn e Grief resteranno per sempre stampate nella mia testa.


Lascio un po’ di spazio libero così potete andare a guardarvi le sue foto prima di continuare a leggere.



Fatto? Ok, torniamo ad Olaf. Giro per la mostra e trovo Olaf che risponde ad un sacco di domande generiche sul suo lavoro, poi compro il suo libro, vado a rompergli le scatole per farmelo firmare e intanto mi faccio spiegare come fa le sue creazioni (ovviamente non ho capito granché ma è un inizio). Lo incrocerò di nuovo più tardi facendomi scattare un paio di foto insieme a lui (mentre mi faccio spiegare che attrezzatura usa). Insomma, un quiz dopo l’altro mentre lo distraggo.

La mostra numero due è di Phil Stern, un fotografo di tutt’altra lega, che ci lascia dei documenti di infinito valore, catturando gioia e tristezza di persone che non smetteranno mai di essere nel nostro immaginario e invece per lui erano lì e le toccava con mano e le fotografa per farci sognare. Beato lui. Stern è nato nel 1919, si porta dietro una bombola di ossigeno (sì, era presente alla mostra e ho fatto un mucchio di domande) ed è uno di quelli che li ha fotografati tutti.

James Dean, Sammy Davis Jr., Frank Sinatra, JFK, Anita Ekberg, Sofia Loren, Sidney Poitier, Jack Lemmon, Dean Martin, Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Alfred Hitchcock, John Wayne, Tony Curtis sono i primi che mi vengono in mente. Un infinito, inestimabile valore. Ovviamente gli ho chiesto come è stato interagire con Frank Sinatra e il Rat Pack, da buon fan del gruppo.

Ho applaudito nel mio cuore quando ad un insistente personaggio che continuava a chiedergli informazioni sull’attrezzatura, sulla postproduzione, sulla scelta della pellicola, il signor Stern ha risposto leggermente infastidito dicendo: << it’s all about the image, the content >> (la cosa che importa è l’immagine, il contenuto).

L’euforia non è ancora finita, la mostra tornerò a vederla perché è delirante “dribblare” un sacco di addetti ai lavori, invitati, parenti e persone come me. Ora ho una di quelle storie da raccontare ai nipoti e sono un po’ più ricco, dentro.

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giu/10

13

Ben di dio

Ben Harper è dio, cioè se dio esistesse e fosse un musicista sarebbe Ben Harper ma anche se non esistesse sarebbe Ben Harper perché Ben Harper è dio. Non c’è altra possibilità.

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giu/10

6

Uomo senza

“Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient’altro da aggiungere. È un uomo senza. Può dimenticarselo, ma quando si ritrova davanti, lo sa di nuovo. [...] Toccare la mano di una donna, per un uomo senza, è un salto nel sangue. Non ci si dovrebbe toccare, donna e uomo, facendo finta che è tutt’altro.”

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apr/10

15

Buio

Buio. Come la totale estinzione della capacità di usare la vista, per ore. Buio. Come lo spazio attorno che non si misura più in distanze e dimensioni ma in sensazioni. Buio. Come la stanza da ascoltare, da ascoltare e ascoltare. Buio. Come la differenza di peso nel bicchiere per capire di quanto è riempito. Buio. Come il tavolo da toccare per trovare piatti, bicchieri, forchetta, coltello e bottiglie. Buio. Come il piatto da annusare per capire cosa contiene. Buio. Come la totale fiducia verso chi ti accompagna. Buio. Come la forza della voce che non sai misurare. Buio. Come la confidenza che in poco tempo devi dare e avere con i tuoi compagni di avventura.

Una cena con tanti sconosciuti con cui semplicemente chiacchieri liberamente imparando a fidarti della loro voce perché non hai altro modo per capire le espressioni e le emozioni.

Luce. Come lo schiaffo che ricevi dentro quando tutto è finito e i tuoi occhi ricominciano a vedere, a farti capire che con la luce spenta c’è chi ci vive, per davvero.

(pensieri sparsi dopo una cena al buio all’Istituto dei Ciechi a Milano)

No tags

Tutto quello che voglio fare è sdraiarmi al sole con Coltrane o Evans nelle cuffie e leggere. Leggere, leggere, leggere. Non libri di informatica, non libri di algoritmi, non libri di fotografia. Leggere, altro, ma leggere. Fino alla fine del sole, fino a.

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mar/10

16

In piedi

Ai tempi delle scuole praticavo parecchia atletica. Prevalentemente il salto in alto e la corsa.

La corsa in velocità, non quell’altra dove corri per un sacco di tempo. A me piaceva correre e dare il massimo in non più di 100, 200 metri. Facevo anche la staffetta, nell’ultimo blocco. Quello in cui arrivi al traguardo per ultimo e tutti i tuoi compagni confidano che tu riesca a recuperare un eventuale distacco. A volte ci riesci, quelli sì che sono bei momenti. Uno sport di squadra singolare dato che la responsabilità non sempre è divisa equamente.

Ero piuttosto bravo nell’atletica e il motivo, a parte la ovvia combinazione tra doti e preparazione atletica che ognuno deve avere, era che mi allenavo con gente più brava di me.

Persone che saltavano più in alto, persone che correvano più veloce. Atleti più forti, più esperti, più capaci.

Provate a correre i 100 o i 400 metri piani in una corsia da soli in allenamento, riprovate a correrli con una persona che mediamente è più veloce di voi.

Trovarmi circondato di persone più brave ed esperte era per me stimolo per migliorare, per poter correre più veloce di loro, tirare fuori quei 3 o 4 centimetri in più nel fosbury per poter portare a casa un pezzo di metallo con un colore più importante.

Oggi non corro né salto più ma la sostanza non cambia. Da quando ho scoperto la fotografia cerco in tutti i modi di studiare e capire la vita di coloro che ammiro e invidio, cerco di guardare il maggior numero di foto possibile per ispirarmi e conoscere, cerco di scattare per trovare la mia finestra sul mondo.

Sono circondato da persone più brave di me in ogni situazione ma mi manca qualcosa, qualcuno. A differenza dei tempi dell’atletica ora non ho un allenatore, una persona che mi spinga, che mi stimoli, che mi distrugga e mi ricostruisca per la prossima sfida, per diventare migliore. È troppo tempo che non ricevo critiche alle mie fotografie, siccome a me generalmente non fanno impazzire ci deve essere una percezione totalmente diversa tra chi le guarda (voi) e chi le fa (io).

Non mi interessa sentirmi dire bravo (ovviamente fa piacere), non mi interessa sentirmi dire “eh si ma non ti preoccupare, tanto fai foto da meno di un anno, è normale”.

Non è una questione di mera ambizione, non credo nemmeno sia magia nera. Poter assorbire il talento e ricevere critiche da chi si ammira è un ottimo modo per migliorare, per non sedersi.

In piedi, dai.

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Il primo marzo 2010 ho scioperato. Non l’avevo mai fatto ma come si dice “c’è sempre una prima volta”. Lo sciopero e la conclusiva manifestazione sono stati un pacifico tentativo di far capire l’importanza dell’immigrazione regolare nel tessuto produttivo dell’Italia e nella sua società. Un modo per far sentire la voce di persone non rappresentate da alcuno.

Ecco qualche immagine della manifestazione:

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Quello che segue è il pazzo risultato di un esercizio molto bello fatto al corso di fotografia. Mi è stata data una rivista a caso, mi sono stati dati 4 minuti per scegliere 10 foto e successivamente altri 20 minuti per collegarle in una storia, un mini reportage. Ecco cosa è uscito dalle mie foto casuali e dalla mia testa.

Un giorno le due gemelle Twix sono comparse sulla Terra.

Gli abitanti non sapevano del loro arrivo ma sapevano che non avrebbe portato nulla di buono. Anche gli Antichi, da millenni nascosti sotto forma di pesci, erano all’erta. Il loro capo, Pisces dal colore blu, manifestava la necessità di trovare una soluzione per eliminare le gemelle Twix.

Le gemelle avevano il potere di scatenare gli istinti violenti negli uomini. Per ottenere il loro scopo si trasformarono in due creature, una rossa e una verde. I colori non erano affatto casuali. Avevano bisogno di Pisces, il canale blu, per condizionare gli uomini.

Ebbero successo, e fu così che guerre incominciarono e partite di basket degenerarono dal fair play alla violenza.

Il resto non è dato sapere perché Aeron, colui che tutto legge e tutto sistema, si è messo davanti ad una finestra con il libro del mondo, bruciando il bianco e quindi gli altri 3 colori.

Alla fine Pyra, creatice di ogni universo, annoiata dalle sintesi additive si accese una sigarette e con l’ultimo tiro, il mondo finì.

Purtroppo non ho modo di mostrare le fotografie ma erano (nell’ordine in cui le ho disposte io): una foto a due gemelle, una foto di un paesaggio terreno, una donna giapponese che guarda verso il cielo, un pesce tropicale blu, una creatura fantastica di colore rosso, una creatura simile di colore verde, la foto di un soldato ferito in guerra, la foto di un alterco durante una partita di basket, un uomo che legge un libro irradiato dalla luce bianca proveniente dalla finestra alle sue spalle, una pittrice annoiata che si fuma una sigaretta.

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